Più che passa il tempo e più che mi pare non ci sia spazio, nel culturale, per il maiale. Povero: il maiale non ci ha argomenti oltre la ciccia e alla rigatina. Il suo pubblico, inoltre, è un pubblico un po' particolare, composto perlopiù di gente grossa e per nulla raffinata: muratori, contadini, viziosi e disgraziati. La sopprassata, per esempio, nessuno dei grandi filosofi l'ha portata avanti come argomento principe d'una riflessione sull'uomo e sulla natura: lo stesso si può dire per il lardo e le bistecchine sulla brace. Ma io, in tanto tempo speso a leggere sul bene, sul male e al di là di entrambi, ancora non riesco - e non voglio: non posso proprio - dir di no a quest' animale sudicio e vigliacco; più della storia d'Italia e di ogni congettura è quest'animale che mi riguarda in prima persona. E come me riguarda quei poveracci che, sotto il vento freddo di marzo ordinano un panino e qualcosa da bere: le mani tatuate, le dita tozze e quella fronte in avanti parlano da sé, e non hanno bisogno di discorsi. Così, in silenzio, il maiale vive, ad onta di un sapere nostalgico dei banchi di scuola.

