Diceva Donoso Cortes: "Se soltanto Dio non si fosse fatto uomo, il maiale che cuocio con una mela in bocca sarebbe certo più di questo degno della mia pietà". Pensando ad una tavola imbandita a furia di rosticciane, spalle, salsiccie e scamerite non credo che in molti avrebbero grossi dubbi nel concordare col nostro teorico della Ragion di Stato: per chi dipoi seguitasse nell'indecisione, c'è il lardo spalmabile. Detto questo, il maiale, da bestia miasmatica e scapestrata che non è altro, perlomeno fino a che scorrazza nel suo box recintato, trova la sua ragion d'essere dentro una casseruola oppure steso a tranci sui ferri ardenti d'una griglia a carbonella; oltre alla mala educazione, all'odore fetido e alla miseria d'orizzonti proprio questo condivide con l'uomo, l'esser finalmente buono soltanto da morto. L'uomo morto, però, non lo si mangia; di lui è buona solo la memoria, una memoria che - era ora, vien da dire - non gli appartiene più. Così, insieme a Cortes, mentre lasciamo che il maiale dopo la morte lasci una testimonianza di sè nelle nostre bocche, e giù per le budella fino in fondo alle nostre trippe sode, condanniamo i morti - e i silenziosi - ad essere nient'altro che un pezzo di terra e tre righe in croce, magari nemmeno loro, su d'un profilo od una tomba.

