mercoledì, 09 aprile 2008
C'era una volta un omino che abitava in un paesino, e che aveva una voglia matta di pere. Siccome non era stagione, però, non poteva comprarne di buone dall'ortolano, che era nazionalista e non comprava d'importazione, sicchè ogni mattina si svegliava sempre più infelice; passavano i giorni, uno dietro l'altro, e lui era lì che pensava a queste pere, di tutti i tipi. Spadone, Williams, Coscia: una valeva l'altra, purchè fossero buone. Ma la stagione tardava ad arrivare, e l'ortolano non si lasciava convincere. Così il nostro omino prese la corriera - perchè la macchina non ce l'aveva - e andò in città, per vedere se lì, queste pere, le trovava.
E come ci rimase quando arrivò in città! Di negozi di pere nemmeno l'ombra, ma quante bambine: tante, e tutte rivestite nemmeno fosse capodanno! Le gonnelline, i maglioni di lana delle pubblicità; e sotto, chissà che pere! Così fantasticava d'avventure, il nostro omino, girellando per le strade coi negozi, i bar e gli aperitivi. Approfittando del sole, si sedette sul bordo d'una fontana per dare un occhio a tutto quel ben d'iddio; passata una mezz'ora buona tirò fuori il portamonete, e si mise a contare quanti soldi gli rimanevano: dieci, venti, trentamila seicento lire. Magari i fruttivendoli erano da un'altra parte, magari con un taxi c'era verso arrivarci, pensava. Ma proprio mentre stava lì a far conti, gli s'avvicinò un tale sdentato, con la faccia torta e le brache lise, per chiedergli due soldi:
"Ma per farci cosa?" Chiese l'omino?
"No, nulla, è che, insomma, le pere, sai" Disse il disgraziato.
"Ah! Le pere! ma lo sai che anche io... si potrebbe andare insieme, a prenderle, così riprendo la corriera e sono anche a casa per cena!"
Il disgraziato allora gli fece cenno di seguirlo, e il nostro omino si ritrovò in vicolo un buio, nel mezzo alla spazzatura più fonda, con quell'altro che faceva dei versi con la bocca, come quelli che si fanno per chiamare i cani, o forse i gatti.
"Che fruttivendoli strani che ci sono in città!" Disse tra sè e sè l'omino: proprio allora spuntò un tale con la faccia da mascalzone, scura. S'avvicinò tutto serio al disgraziato, che gli diede le trentamilalire dell'omino: in cambio, due bustine di stagnola, ma niente pere. L'omino non fece a tempo a capire cosa stava succedendo che già se ne stava lì da solo, nel vicolo. Allora provò anche lui a fare due versi, tipo "Miao! Meaaaaaow! Tsh! Tssshh!", ma nulla di nulla.
Alla fine dei conti gli rimanevano seicento lire, il biglietto del treno, e tutta una voglia di pere che non ve la saprei proprio spiegare; così, scoraggiato, si decise ad andare alla fermata della corriera, per tornare al suo paesino. Mentre aspettava d'andarsene si guardò un' ultima volta intorno, e vedendosi circondato da tante belle bambine, si disse che magari una pera valeva l'altra. Senza malizia allungò una mano verso una ragazzotta bionda e popputa: non l'avesse mai fatto! Gli diedero quindici anni, e passò il resto dei suoi giorni in gabbia; una volta ci incontrò anche un tizio che era tale e quale al disgraziato, ma quello non gli rese le sue trentamilalire.
La morale di questa storia è che le pere sono roba da ragazzi.
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domenica, 06 aprile 2008
Oggi siamo andati alla sagra della lepre a Le Palaie, vicino Pelago: era tutto buono, e ho anche spilluzzicato i piatti degli altri che, un po' ingrati ma di buon cuore, lascian lì questo o quel pezzo d'umido grasso. Dopo, al circolo Arci Le Palaie, tra i manifesti di Veltroni e una cucina piccola in miniatura, mi son mangiato un gelato e ho preso il caffè; gli omìni guardavano la formula uno, ma noi no: si sfogliava qualche giornale e si decideva del futuro più prossimo. Così, con ancora un po' di fame, siamo andati a stenderci su un prato, che stava per le strade sopra Pelago; la macchina lasciata in curva e nessun altro intorno, siamo rimasti stesi per un'oretta, forse. Poi è passata un' automobile che, tutta da sola, s'è schiantata e capovolta a dieci metri dalla nostra. Il conducente non s'era fatto nulla, e noi guardavamo tutto da una cinquantina di metri, mentre la gente - chissà poi da dove - accorreva. Passati dieci minuti e un po' abbattuti, siamo andati a comprare delle arance e qualche fragola a un baracchino per la strada; qualcuna era marcia. Abbiamo vagato, su, giù e in largo. Alla fine, però, siamo arrivati al castello di Nipozzano; ci fanno il vino, e ci sono delle case con le porte che volan via a soffiarci su. Tra i filari, le colline e queste case abbandonate con gli orticelli, il vento fischiava; abbiam pensato a cosa potesse voler dire essere il signore di quel castello, e veder stendersi, al mattino come alla sera, i campi, l'ulivi e i filari. Tra le sigarette e Leandro che parlava di chimica siamo poi scesi, mentre alla radio intervistavano il Pranda, che era contento per la vittoria della Viola. Anche se il peso che portiamo addosso ci accompagnerà fin dentro alla tomba, il paradiso non è perduto: si nasconde tra le arance e il sangue della lepre.
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