C'era una volta un omino che abitava in un paesino, e che aveva una voglia matta di pere. Siccome non era stagione, però, non poteva comprarne di buone dall'ortolano, che era nazionalista e non comprava d'importazione, sicchè ogni mattina si svegliava sempre più infelice; passavano i giorni, uno dietro l'altro, e lui era lì che pensava a queste pere, di tutti i tipi. Spadone, Williams, Coscia: una valeva l'altra, purchè fossero buone. Ma la stagione tardava ad arrivare, e l'ortolano non si lasciava convincere. Così il nostro omino prese la corriera - perchè la macchina non ce l'aveva - e andò in città, per vedere se lì, queste pere, le trovava.
E come ci rimase quando arrivò in città! Di negozi di pere nemmeno l'ombra, ma quante bambine: tante, e tutte rivestite nemmeno fosse capodanno! Le gonnelline, i maglioni di lana delle pubblicità; e sotto, chissà che pere! Così fantasticava d'avventure, il nostro omino, girellando per le strade coi negozi, i bar e gli aperitivi. Approfittando del sole, si sedette sul bordo d'una fontana per dare un occhio a tutto quel ben d'iddio; passata una mezz'ora buona tirò fuori il portamonete, e si mise a contare quanti soldi gli rimanevano: dieci, venti, trentamila seicento lire. Magari i fruttivendoli erano da un'altra parte, magari con un taxi c'era verso arrivarci, pensava. Ma proprio mentre stava lì a far conti, gli s'avvicinò un tale sdentato, con la faccia torta e le brache lise, per chiedergli due soldi:
"Ma per farci cosa?" Chiese l'omino?
"No, nulla, è che, insomma, le pere, sai" Disse il disgraziato.
"Ah! Le pere! ma lo sai che anche io... si potrebbe andare insieme, a prenderle, così riprendo la corriera e sono anche a casa per cena!"
Il disgraziato allora gli fece cenno di seguirlo, e il nostro omino si ritrovò in vicolo un buio, nel mezzo alla spazzatura più fonda, con quell'altro che faceva dei versi con la bocca, come quelli che si fanno per chiamare i cani, o forse i gatti.
"Che fruttivendoli strani che ci sono in città!" Disse tra sè e sè l'omino: proprio allora spuntò un tale con la faccia da mascalzone, scura. S'avvicinò tutto serio al disgraziato, che gli diede le trentamilalire dell'omino: in cambio, due bustine di stagnola, ma niente pere. L'omino non fece a tempo a capire cosa stava succedendo che già se ne stava lì da solo, nel vicolo. Allora provò anche lui a fare due versi, tipo "Miao! Meaaaaaow! Tsh! Tssshh!", ma nulla di nulla.
Alla fine dei conti gli rimanevano seicento lire, il biglietto del treno, e tutta una voglia di pere che non ve la saprei proprio spiegare; così, scoraggiato, si decise ad andare alla fermata della corriera, per tornare al suo paesino. Mentre aspettava d'andarsene si guardò un' ultima volta intorno, e vedendosi circondato da tante belle bambine, si disse che magari una pera valeva l'altra. Senza malizia allungò una mano verso una ragazzotta bionda e popputa: non l'avesse mai fatto! Gli diedero quindici anni, e passò il resto dei suoi giorni in gabbia; una volta ci incontrò anche un tizio che era tale e quale al disgraziato, ma quello non gli rese le sue trentamilalire.
La morale di questa storia è che le pere sono roba da ragazzi.
E come ci rimase quando arrivò in città! Di negozi di pere nemmeno l'ombra, ma quante bambine: tante, e tutte rivestite nemmeno fosse capodanno! Le gonnelline, i maglioni di lana delle pubblicità; e sotto, chissà che pere! Così fantasticava d'avventure, il nostro omino, girellando per le strade coi negozi, i bar e gli aperitivi. Approfittando del sole, si sedette sul bordo d'una fontana per dare un occhio a tutto quel ben d'iddio; passata una mezz'ora buona tirò fuori il portamonete, e si mise a contare quanti soldi gli rimanevano: dieci, venti, trentamila seicento lire. Magari i fruttivendoli erano da un'altra parte, magari con un taxi c'era verso arrivarci, pensava. Ma proprio mentre stava lì a far conti, gli s'avvicinò un tale sdentato, con la faccia torta e le brache lise, per chiedergli due soldi:
"Ma per farci cosa?" Chiese l'omino?
"No, nulla, è che, insomma, le pere, sai" Disse il disgraziato.
"Ah! Le pere! ma lo sai che anche io... si potrebbe andare insieme, a prenderle, così riprendo la corriera e sono anche a casa per cena!"
Il disgraziato allora gli fece cenno di seguirlo, e il nostro omino si ritrovò in vicolo un buio, nel mezzo alla spazzatura più fonda, con quell'altro che faceva dei versi con la bocca, come quelli che si fanno per chiamare i cani, o forse i gatti.
"Che fruttivendoli strani che ci sono in città!" Disse tra sè e sè l'omino: proprio allora spuntò un tale con la faccia da mascalzone, scura. S'avvicinò tutto serio al disgraziato, che gli diede le trentamilalire dell'omino: in cambio, due bustine di stagnola, ma niente pere. L'omino non fece a tempo a capire cosa stava succedendo che già se ne stava lì da solo, nel vicolo. Allora provò anche lui a fare due versi, tipo "Miao! Meaaaaaow! Tsh! Tssshh!", ma nulla di nulla.
Alla fine dei conti gli rimanevano seicento lire, il biglietto del treno, e tutta una voglia di pere che non ve la saprei proprio spiegare; così, scoraggiato, si decise ad andare alla fermata della corriera, per tornare al suo paesino. Mentre aspettava d'andarsene si guardò un' ultima volta intorno, e vedendosi circondato da tante belle bambine, si disse che magari una pera valeva l'altra. Senza malizia allungò una mano verso una ragazzotta bionda e popputa: non l'avesse mai fatto! Gli diedero quindici anni, e passò il resto dei suoi giorni in gabbia; una volta ci incontrò anche un tizio che era tale e quale al disgraziato, ma quello non gli rese le sue trentamilalire.
La morale di questa storia è che le pere sono roba da ragazzi.
