lunedì, 31 marzo 2008
Che il controllore del treno canti "dammi tre parole, amore amore amore" (sic!) è forse il segno ultimo dell'approssimarsi dell'Apocalisse.
Lui sta lì, lo vedo, sbracato sul seggiolino a scaccolarsi un po'; mentre si strappa i peli del naso a mazzetti fa finta di ascoltare il suo collega, che parla e parla: prima di una certa cura per la calvizie che funziona sicuramente, poi del Moto Gp, dei mutui; di tante cose. Se non altro parla a voce bassa, e non mi controlla l'abbonamento scaduto.
Ma al di fuori di queste fortunate eccezioni, Che Fare, ci chiediamo insieme al compagno Lenin, per questa gente che parla e che ha voglia di parlare? Imprigionarli, sarebbe inutile: protesterebbero sicuramente. Venderli, sarebbe rischioso: formerebbero associazioni, sindacati; sai che palle. Ammazzarli: ammazzarli, ecco, anche anche; ma poi magari toccherebbe a noi, che si sta zitti, fare i controllori del treno e gli sciampisti. Mi basterebbe, allora, tra queste chiacchiere d'oggi, che si potesse almeno andare dal barbiere, d'estate, liberi di pensare in silenzio e con la testa sotto la cannella dell'acqua, o fare i pranzi delle festività coi parenti zitti, tra costoline d'agnello e lasagne lunghe un chilometro, tutti presi a mangiare, grattarsi e ruttare. A chi da noia il rumore di chi mangia, poi, torni in mente il silenzio di chi pensa, e pensi bene, in qualche maniera, a tenersi la bocca occupata.
lunedì, 24 marzo 2008
C'era una volta un bambino, e un bambino che non vi starò a mentire: un bambino brutto, secco rifinito, che se solo avesse avuto sei o sett'anni di più l'avrebbero chiamato Seghezzi, da quant'era secco, ma aveva quattr'anni e basta, allora lo chiamavan col suo di nome, che però noi non vi riveliamo per via della legge sulla privacy. Coi minori oggigiorno non si scherza.
Questo bambino abitava a ***, un posto dove evidentemente a tutt'oggi si sono svolte molte vicende - lo so perchè l'ho già visto rammentato da un monte di parti -, e tutte sotto il silenzio della privacy, che impediva di rivelare il vero nome di ***, che quindi è stato tante volte confuso con la *** di Manzoni e poi con quella di ***, autore che - per un discorso di privacy - vuol nascondere la sua vera identità. E a ***, il nostro *** - dovremmo forse chiamarlo ***y per una questione di fruibilità del testo? Meglio forse chiamarlo ***ncesco, allora - come i numeri di telefono. In ogni caso, questo bambino era a letto, bello bello - anche se è solo un modo di dire - a dormire della grossa: sognava e sognava: e sognava d'esser dentro un vagone del treno che poi non si faceva a tempo a capire nulla che già s'era svegliato, e la mamma gli faceva:
"***ncesco, ***ncesco, svegliati!"
E poi ancora:
"***ncesco, sù, è pronta la colazione!"
E ***ncesco si svegliò, controvoglia, perchè son pigri questi bambini d'oggi; a quattr'anni già si svegliano controvoglia, io mi ricordo che ai miei tempi mi svegliavo per gli incubi mortali e poi dopo ero pure contento, di non esser più sulla sedia elettrica oppure in un tunnel incorporeo ed infinito inseguito da una strega colla mannaia: ma oggi, sognano il trenino, e come si fa! Certo che ci resti volentieri, seduto sulla poltrona del treno con la colazione portata dalle hostess in minigonna e lo chardonnay e i paesaggi che ti scorrono di fianco, verdi, verdissimi, e con magari anche le mucche, che son belle bestie finchè le vedi da lontano, siccome non puzzano e te le puoi anche figurare col dono della parola che spruzzano spontaneamente il latte nei cartoni e giù, tutta una corsa frenetica fino al frigorifero di casa tua: Esselunga ti porta la spesa a casa, fino a tavola. Così ***ncesco si alzò per prendere questo latte coi cereali al miele e cioccolato che sanno di polistirolo - fatto empirico, questo, che puoi scoprire unicamente dopo aver assaggiato il polistirolo; solo che se poi lo dici "ho assaggiato il polistirolo" e sapeva di cereali al miele e cioccolato, dimmelo te, chi ti può dar retta, perdi ogni autorità: questo è dunque un circolo vizioso - ma prima guardò la mamma contrariato e le disse:
"Oh, mamma!"
"Eh! Dimmi ***nceschino!"
"O mamma, ma che sei rincoglionita? Ma che la finisci di chiamarmi ***ncesco? Che ti chiamo io ***ma? No, non mi sembra: anche perchè la pronuncia dell'asterisco non mi sorte mica tanto bene: chiamami col mio nome, ***ncesco! E insomma!"
E la mamma si spaventò tanto che divenne tutta bianca [anche se era di Taranto]; quasi non sveniva, che però poi si riprese e c'è chi vocifera di un intervento di ***re *** da ***trelcina. E quando si riprese, fece:
"O ***ncesco, ma che sei diventato matto? Bambino mio, ma che dici! Stai bene?"
"O mamma, via, finiscila che ormai tu sei vecchia: preparami piuttosto questa colazione che alle nove e mezzo ci ho la riunione all'assemblea per il potere operaio e figurati te che figura ci faccio se arrrivo vestito a questa maniera appena levato di letto, via. E portami il giornale, che è troppo in alto e non ci arrivo!"
La mamma ***iana svenne, e ***ncesco rimase senza colazione e senza giornale.
Il senso di questa storia, in definitiva, è che non bisogna aver fretta di diventare maturi.
lunedì, 17 marzo 2008
Quando uno, la sera, rimane a casa perchè c’è il rischio che si cachi addosso da un momento all’altro, secondo me un paio di domande se le pone. Ma no domande difficili, eh: domande facili, di quelle che hanno la risposta incorporata. Domande tecnologiche, che ti basta sapere il meccanismo e tracchete! La risposta la sanno anche i maiali. Il cavallo bianco di Napoleone, pesa più un chilo di fave o una fava da un chilo, uno stronzo d’immerda [si scriverà così?] fa rumore anche se ti cachi addosso in un bosco dove non ti vede nessuno e considera che lì gente che taglia alberi non ce n’è e gli alberi non cascano da soli: dipende poi se ti tappi le orecchie e comunque basta scorreggiare piano. Insomma, domande così, tanto per perdere tempo.
E di tempo, infatti, se ne perde tanto: a studiare i librini, a pensare a questo e quello, a aspettare d’addormentarsi quando ci vuole un’eternità. E le chiacchiere: eh, le chiacchiere. Gnamme! Gnamme! Rostigna l’aròsto, invece da fa a chiacchiera! Fuma! Che me deventi omo! Còri, porcoddio, còri! Che almeno lo vedi come sei stronzo a furia de fumà! Ma io, ma io, ma io. Un attimo di vita ti fanno vedè, e subito che ci si spaventa, tutti sti ma io, ma io: dopo, ancora no, dai: dopo. Ma perchè io: tutti sti ma perchè, porcoddio. Io fa rima con porcoddio, noi fa rima con cazzo vòi. Tutte ste pippe senza ridere du minuti: mannàtevenaffanculo. Non ci vorrebbe la guerra, che sennò vi pigliate pure sul serio: ci vorrebbe piuttosto d’essere tutti gnudi come baìni e pieni d’immerda addosso [ormai, per coerenza] invece di sti vestiti di nailon che ‘ntanto lo fanno dal petrolio, che dimmi te se porcoddio ti pare pulito: e invece ti pare, si! Ti pare pure che sei un fenomeno colla gelatina sui capelli che poi non è manco gelatina è cera, perchè la gelatina fa male c’è il nailon, che è fatto col petrolio e: oh! Ma porcoddio! La cera la cacano le api, che sono degli insetti d’immerda: ma ti par giusto che è tutto un cacare, un pisciare, un rigozzare! Ma invece d’insozzassi tutti co’ste bevande alcoliche puttana madonna, ma s’andavasse tutti a scopà in un campo voi e le vostre canzoni d’immerda che chi cazzo se n’è mai fregato della musica che con tutti quest’altoparlantistereo e i suoni spaziali e l’alta fedeltà non c’è mai verso trovare un attimo di pace manco a spararci sopra finchè non stianta, perchè poi, ci fanno il funerale! E la processione! E sonano tutte le cazzo di campane, e i parenti piangono e non si dimentica mai: perchè un diamante è per sempre l’amicizia diversi anni ma l’amore scappa e fugge e vola via e allora si, attaccati a sta materia inorganica del carbone d’immerda, perchè l’uccello, l’uccello t’è volato via di mano che è un pezzo.
martedì, 11 marzo 2008
Più che passa il tempo e più che mi pare non ci sia spazio, nel culturale, per il maiale. Povero: il maiale non ci ha argomenti oltre la ciccia e alla rigatina. Il suo pubblico, inoltre, è un pubblico un po' particolare, composto perlopiù di gente grossa e per nulla raffinata: muratori, contadini, viziosi e disgraziati. La sopprassata, per esempio, nessuno dei grandi filosofi l'ha portata avanti come argomento principe d'una riflessione sull'uomo e sulla natura: lo stesso si può dire per il lardo e le bistecchine sulla brace. Ma io, in tanto tempo speso a leggere sul bene, sul male e al di là di entrambi, ancora non riesco - e non voglio: non posso proprio - dir di no a quest' animale sudicio e vigliacco; più della storia d'Italia e di ogni congettura è quest'animale che mi riguarda in prima persona. E come me riguarda quei poveracci che, sotto il vento freddo di marzo ordinano un panino e qualcosa da bere: le mani tatuate, le dita tozze e quella fronte in avanti parlano da sé, e non hanno bisogno di discorsi. Così, in silenzio, il maiale vive, ad onta di un sapere nostalgico dei banchi di scuola.
lunedì, 10 marzo 2008
Siccome mi son svegliato all'undici di domenica e sono andato alla sagra del tortello e del cinghiale di Scarperia, che si teneva presso un circolo MCL, credo d'avere una voce autorevole in quanto a maiale; per le bestie arrosto e per quelle d'iddio.
Quando siamo arrivati, che sarà stato mezzogiorno e mezzo, s'era già gonfi, e nemmeno s'è mangiato troppo bene, per una sagra.
Dentro il tendone, servivan di queste bambine che anche se è domenica le levano all'otto per la messa. Tutte brutte, e una pareva pure ribelle; ci avranno avuto dieci, dodici anni. Ci han portato i tortelli, e dopo il cinghiale: poi, ci s'aveva ancora fame, si son prese anche le patatine, che erano meglio di tutto il resto.
La sagra era dentro un tendone bianco, coi tavoli bianchi, e accanto a noi c'era una famiglia con un bambino piccino e brutto: la mamma, che pesava due volte me, era incinta di nuovo, ma aveva il viso buono. Mentre il bambino ci guardava, invece di mangiare, il babbo tagliava le pappardelle col coltello. Alla mamma, invece, gli si rompeva la seggiola sotto il culo e cascava in terra.
Non s'è fatta poi nulla, e la pancia tutto bene: il cinghiale però lo facevano meglio a Montepiano.
lunedì, 03 marzo 2008
Nel mezzo a tutto il trambusto metropolitano delle piccole città d'oggi - che sarebbe poi un modo per dire che si fa tanto rumore per nulla - le certezze vanno tutte a sparire. Qualcosa, però, rimane: e non è mica la certezza incrollabile in un futuro più umano, ad esser rimasta; e nemmeno i numerini o la legge di Grassmann. No: in questi tempi si può esser certi soltanto del fatto che il maiale sta in un rapporto di mutua esclusività con l'arte contemporanea, la qual cosa, di per sè, sarebbe sufficiente per firmare un abbonamento vitalizio alla cucina di soldano o - per chi avesse letto tra le righe - alle sale dell'American Show.
Queste lunghe ed estenuanti proiezioni di filmati noiosi, coi bambolotti di plastica senza testa, le pareti rosse e un senso, come dire: d'inquietudine - levano d'amore per la vita; così come i capi di vestiario poveri ma costosi, i tagli di capelli che paion quelli dei cartoni animati e certe tele che fan rimpiangere la carriera di Hitler come imbianchino. [A proposito, nota: ricordarsi di scrivere di Hitler come imbianchino. Hitler als Anstreicher.]
E in mezzo a tutto questo scempio, e ai trentenni che ci girano intorno, nemmeno un piatto di pane e prosciutto: per noi che partecipiamo ai matrimoni, alle mostre e alle rivoluzioni d'ottobre solo per via della promesse de bonheur nascosta in fondo al bicchiere dentro una pancia piena, l'aria s'è fatta gelida; il paesaggio, brullo.
Che di questi tempi non si riesca a star bene altrimenti che con le trippe gonfie, la testa calda e i coglioni vuoti, è nulla oltre che un fatto. Il perchè ce l'ha già detto Bonechi, ed è - come le storie del passato - piuttosto semplice: siamo dei gonfi.