mercoledì, 30 gennaio 2008
Fortunatamente almeno ai maiali è risparmiata la prassi della biblioteca pubblica; questa, in modo tutt'altro che sorprendente - specie da quando tutte le pratiche hanno preso a somigliarsi più e più ogni giorno che passa - ricorda per tanti versi quella dei locali notturni e dei posti di lavoro. L'affollamento insistito e programmato, l'obbligo di mantenere pur sempre un certo distacco e la disciplina del silenzio, hanno ridotto la comunicazione ad una caricatura fatta d'espressioni, giubbotti e modi di portare i capelli. Così le pagine dei libri scorrono in serie, come giri di vite o di bevute, senza lasciar traccia del loro passaggio se non nelle fisionomie d'una selva di giovani stanchi, ingobbiti e sciupati dal bere; le lamentazioni, la maleducazione e - insomma - il desiderio di vivere, vengon lasciati ai tanti matti che parlano da soli, a voce alta, tra le risa e lo sdegno di tutto un pubblico distante. Così, mentre un uomo in ciabatte, scoreggiando, tocca una spalla ad una ragazzina e le fa un complimento dettato dalla rabbia, noi restiamo lì, a guardare impietriti. Ci spaventa il grido del maiale sgozzato; anche i più sicuri vacillano e temono per un attimo, contro la fisica dei corpi, che questo si liberi dai suoi legacci e parta per un'ultima corsa incontro alla morte.
martedì, 29 gennaio 2008
Il maiale, nonostante tutte le virtù che gli sono proprie - specie una volta passato per mani esperte - non riesce comunque ad esaurire l'intero spettro dei bisogni d'un uomo che voglia dirsi tale. A dire il vero, questi bisogni con il maiale non hanno nulla a che vedere. Troppo spesso però, finiamo col confonderci: allora il timore di fare un passo o troppo in qua o troppo in là ci riconduce alla tranquillità del lardo e delle salsicce. Ma c'è una differenza tra queste bestie e Katherine Hepburn, che va oltre la stazza e le la forma del naso: è lì, in quello scarto tra Katherine Hepburn e Katherine Hepburn stessa, che ristagna il fondo dimenticato d'una umanità che dietro quelle spalle - tanto larghe quanto esili - sembra, sguaiata, dare l'ultimo saluto ad un mondo ormai scomparso.
Per questo, tra una rosticciana e quell'altra, quei modi bruschi e quella voce io m'auguro di non dimenticarli; che valgano da faro o da punto di fuga, rappresentano l'ultima via d'uscita da tutti i negozi e tutti gli allevamenti di questi giorni.
martedì, 08 gennaio 2008
Diceva Donoso Cortes: "Se soltanto Dio non si fosse fatto uomo, il maiale che cuocio con una mela in bocca sarebbe certo più di questo degno della mia pietà". Pensando ad una tavola imbandita a furia di rosticciane, spalle, salsiccie e scamerite non credo che in molti avrebbero grossi dubbi nel concordare col nostro teorico della Ragion di Stato: per chi dipoi seguitasse nell'indecisione, c'è il lardo spalmabile. Detto questo, il maiale, da bestia miasmatica e scapestrata che non è altro, perlomeno fino a che scorrazza nel suo box recintato, trova la sua ragion d'essere dentro una casseruola oppure steso a tranci sui ferri ardenti d'una griglia a carbonella; oltre alla mala educazione, all'odore fetido e alla miseria d'orizzonti proprio questo condivide con l'uomo, l'esser finalmente buono soltanto da morto. L'uomo morto, però, non lo si mangia; di lui è buona solo la memoria, una memoria che - era ora, vien da dire - non gli appartiene più. Così, insieme a Cortes, mentre lasciamo che il maiale dopo la morte lasci una testimonianza di sè nelle nostre bocche, e giù per le budella fino in fondo alle nostre trippe sode, condanniamo i morti - e i silenziosi - ad essere nient'altro che un pezzo di terra e tre righe in croce, magari nemmeno loro, su d'un profilo od una tomba.
lunedì, 07 gennaio 2008
Il maiale, di tutti gli animali, è uno di quelli che si adatta meglio alle condizioni di vita nelle quali viene gettato. Lo si vede stare dentro casermoni giganteschi, tutti grigi e con le luci al neon, e lui non fa una piega. Gli danno da mangiare, e anche se è cattivo, lui lo mangia: meglio di nulla, dice. Quando gli vien voglia di uscire, allora grugnisce un po': aspetta, grugnisce di nuovo, s'agita, ma non succede nulla. Allora si guarda intorno, vede che è tutto fermo, e aspetta la cena. Prima d'esser diventato grande l'hanno già ingrassato di farmaci che manco ci avesse l'aidiesse: con quegli occhi lucidi e stretti, ai maiali, gli va bene tutto, tanto che se gli dici di mangiare del maiale arrosto, loro lo mangiano, non c'è mica problema; te gli dici che devon figliare e giù, li metti in fila, figliano. Non si lamentano mai, ci han poche esigenze.
Se poi gli lasci un po' la briglia sciolta, loro subito s'adattano, e quello che gli lasci fare, loro lo fanno; dopo un mese passato nei boschi, si son già rinselvatichiti. E' per questo che gli allevatori, specie al giorno d'oggi, con le risorse che si fanno scarse, devono stare molto attenti: se scappassero tutti, i maiali, bisognerebbe ricominciare a andare a prenderseli col fucile sul Monte Amiata, cosa che nessuno ha più voglia di fare, visto che basta andare al supermercato, e poi a casa, per mangiarne un po'.
lunedì, 07 gennaio 2008
Tanto tempo fa, Galeno voleva scoprire cosa ci fosse dentro l'uomo, ma tutta una serie di timori vecchi quanto la storia gli impediva di aprirlo e buttarci un occhio. Per questo, considerando le bestie alla stregua di melograni maturi, prese a aprire maiali: dentro ci trovò tante di quelle cose da perdere il filo, e credette che come andava per l'animale, così dovesse andare anche per l'uomo. Vennero fuori i cinque lobi del fegato, la rete mirabilis e chi più ne ha più ne metta: tutto un ambaradam!
Oggi le concezioni di Galeno, però, sono state superate, e noi che abbiamo aperto gli uomini sappiamo bene che cosa questi ci abbiano dentro, e come funzionino: spiegare, ci sappiamo spiegare tutto, e l'uomo è finalmente posto sotto assedio.
Ciononostante credo che a tutt'oggi l'intuizione di Galeno non fosse poi così sbagliata: per conoscere gli esseri umani, forse, dobbiamo davvero tornare ad aprire dei maiali. Nel mezzo a tutti quei fegati, poi, con dei prosciutti grossi quanto termosifoni e i ciccioli da fare, il tempo per andare a tormentare gli uomini chi lo troverebbe?
domenica, 06 gennaio 2008
Mi dicono: "scrivi ancora sul maiale!". Allora scriverò un temino sul maiale.
Il maiale è una bestia rosa, grassa e aggressiva; è feroce perchè, essendo grasso, la gente lo prende in giro, e gli fa: "Ma sei un maiale!". Per ripicca allora, quando torna a casa, si rotola nei suoi escrementi e mangia un bel po' di ghiande. Il maiale più triste di tutti è quello di allevamento, perchè mangia dei pastoni che io non li toccherei nemmeno con un bacchiolo e non vede mai la luce del sole; il tempo lo passa, m'immagino io, a giocare ai giochini del computer e a parlare di cose che avvengono a diecimila chilometri di distanza e di cui, mi vien dato a intendere, non gli importa un bel nulla.
Il maiale allo stato brado invece è muscoloso e sta nei pascoli all'aperto, sotto il sole. Lui le mangia, le ghiande, ma non per ripicca, lo fa perchè gli piacciono davvero. Ciononostante, anche il maiale in salute ha poco di bearsi, dal momento che lo aspetta il mattatoio: di lui mangeremo quasi tutto, e con gli occhi si faranno le biglie.
Un'eccezione però, la merita il cinghiale. Il cinghiale è brutto, coi denti torti e il pelo ispido; vive nei boschi, nascosto alla vista. S'avvicina agli uomini soltanto quando la terra gli viene strappata da sotto le zampe, e con questi conduce una battaglia impari; se anche dieci, venti o trenta cartucce lo aspettano a valle, la sua carica impetuosa gli regala l'eternità.
Il cinghiale è bello anche perchè di solito è sposato a una cinghiala, che come dice la parola stessa, è forte e piena di sentimento per la vita. In più, non ha mai paura, e si prende cura dei cinghiali più piccoli: guai a toccarglieli. Al maiale, invece, tocca d'accoppiarsi saltuariamente a bestie di tre o quattrocento chili, che fanno schifo solo a vederle e passano la vita ad annoiarsi: lontane dalla vita, rappresentano in pieno il destino triste di questa specie sedentaria.
Il maiale, quindi, non è quella bestiola rosa che sta nei libretti per l'infanzia: è piuttosto le braciole sul piatto la domenica sera, il lavoro controvoglia e la speranza, un giorno, di sparire nel bosco.