domenica, 30 settembre 2007
La doppietta dell'Osvaldo
La m'ha dato tanta gioia
Così tanta che Ronaldo
Al confronto è bubba e loia:

Mentre al Parma Reginaldo
Non insacca e un po' ci annoia
Lui s'insinua Maramaldo
E il pallone ce lo scoia.

Con que' calci messi bene
Ed il dribbling fulminante
Che davvero un si contiene

Te le mette tutte quante
Sì che allora ognun si viene
Nelle brache, dio furfante.

-

Mi si lasci però dire
Nonostante il metro avaro
Che l'andazzo di gioire
Pe' il pallone, sport avaro,

Me l'ha dato il non soffrire
Questo viver che un m'è caro
E che spero d'esaurire
In un lampo forte e chiaro

Contro un muro ai cento all'ora
Imbottito di tritolo
Bestemmiando la signora

Che Gesù ci ha per figliolo:
Quando viver m'addolora
Alla Viola mi ci immolo.
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martedì, 18 settembre 2007
Il cinema - per qualche strana coincidenza - rimaneva sempre al suo posto, perciò John Pizzighettone non ebbe difficoltà a trovarlo. Entrò con un saluto e la tessera mensile, dirigendosi verso la platea: quella sera, c'era scritto fuori, davano una rassegna di cinema internazionale, dai Lumiere ai giorni nostri. Una volta dentro si guardò attorno alla ricerca di un posto, ma fu preceduto dal capofarmacista (sempre con quella pettinatura a mohicano, anche lui), che con un cenno gli indicò il posto accanto al suo. Il Pizzighettone s'adeguò tosto al volere dell'illustre dottorino, e gli si sedette proprio di fianco. Una volta seduti l'uno vicino all'altro, il nostro Fresh Prince vide che il viso di quell'altro era d'un bianco, ma d'un bianco da far paura: pareva la morte secca vestita da mohicano, pensò. Gli venne allora, per la prima volta da che ci s'abbia memoria, voglia di far lo spiritoso, così provò a giocarsi l'asso pigliatutto sparando un "Uè, cumenda: ma per questo colorito due belle vitamine non le prendiamo?". Silenzio. "No, dicevo, la vedo un po' bianchino..." Silenzio di nuovo, giù le luci, comincia la retrospettiva. "No eh? No."
Intanto sullo schermo correvano le immagini d'un treno, poi d'un areoplano e così, andando avanti, d'un monte di cose. Ci furono Buster Keaton e Charlie Chaplin, Mizoguchi e Kobayashi, Herzog e Neri Parenti: quindici anni di proiezioni ininterrotte in cui John Pizzighettone vide tutto quello che c'era da vedere. Solo una volta fece per alzarsi, quando proiettarono una seconda visione di The Day After Tomorrow, ma il farmacista lo trattenne per un braccio con una mano diaccia ed uno sguardo severo; tanto bastava a far cambiare idea al nostro maratoneta del cinema.
Quando ormai era stanco e cominciava a sbadigliare - sia lui che il farmacista avevano finito i pilloloni contro il sonno - diedero un ultimo film per chiudere la rassegna: "Jason Pianosa: una storia vera". Il Pizzighettone lo seguì assonnato e controvoglia: era la storia d'un uomo povero in canna, costretto a convivere con un pornoattore albanese e isolato da tutto e da tutti, che giunto al momento di disperazione massima prendeva e, quasi per scherzo, si buttava dalla finestra. Di lì il tragico racconto di quindici anni di coma, noiosi anche per chi non avesse avuto sonno; figuriamoci per il Pizzighettone, che boccheggiava ormai da mezz'ora; il film non fece in tempo a finire che lui s'era già addormentato, e mentre scorrevano i titoli di coda il farmacista s'accorse, nonostante il gli occhi pesanti per la noia, d'avere accanto un cadavere. Questi allora tirò fuori dal giubbotto un sacco da morto, di quelli con la cerniera, ci mise dentro il Pizzighettone e lo portò via. Mentre usciva dalla sala e le luci si riaccendevano il mohicano vestito da morte secca vide le ultime immagini dei titoli di coda; si fermò un momento, con il sacco sulle spalle, e come il Pizzighettone fece: "Jason, si. Proprio un bel nome del cazzo". Detto questo se ne andò; venne ottobre.
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martedì, 18 settembre 2007
Da che prese a ingollare quei pasticconi il Pizzighettone smise davvero di dormire - di dormire e pure d'aver sonno; cacare no, continuava. Passò diversi giorni a casa a non far nulla, per vedere (zum zum pa) l'effetto che fa; e l'effetto, come v'ho già detto, era proprio quello, una svegliezza impressionante. Certe volte - tant'era impressionante - si guardava allo specchio e gli pareva di vederci Semioli, ma poi si girava ed era tutto passato.
Mangiava quattro volte al giorno, sempre cibo in scatola; col fatto che il supermercato ogni volta cambiava di posto s'era rassegnato, per praticità, a una vita di scatolette diacce. Ora poi, con l'apino, poteva comprarne un sacco per volta - di cibo e d'ogni bene di consumo; una volta umiliò pure l'edicolante comprando trecentottantadue giornalini porno e pagando con un assegno postdatato a novanta giorni. "Per le seghe," gli disse "non si sa mai".
Per tutto il tempo, da che smise di dormire, fu il trenta settembre: ci furono un milione di martedì e un altro milione di mercoledì, e a volte dei giorni che non sapeva nemmeno esistere - Porcodì, Ragadì, Bombo e tanti altri ancora.
Ogni tanto gli arrivavano delle lettere - indirizzate a J.P. - Via dell'Ospedale numero 1 - da parenti e amici di cui gli era ignota pure l'esistenza, ma ogni volta che le apriva s'accorgeva di non essere in grado di leggerle. Provava, riprovava, nulla; al secondo tentativo - come da regolamento - lasciava perdere.
Ogni tanto, poi, gli bussavano alla porta nel bel mezzo della notte: lui apriva sempre, ma mai che ci fosse nessuno ad aspettarlo sull'uscio. Ciononostante gli pareva sempre di vedere, prima di chiudere la porta dietro di sè, un viso nell'ombra che lo fissava senza dire nulla, con degli occhi vuoti come biglie di vetro. Nemmeno una volta provò a farglisi vicino; John Pizzighettone guai non ne voleva.
Così trascorse diversi anni della sua vita, finchè non gli prese il ruzzo d'andare al cinema, che l'abbonamento era ancora valido.
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domenica, 16 settembre 2007
E così John Pizzighettone si ritrovò steso sul tavolo del dottore con un mal di testa da mattina dopo così forte che lui che nemmeno beveva d'abitudine non ne aveva mai sentiti. Fece per girarsi di qua e di là, ma s'accorse che il collo, pure quello, gli s'era mezzo addormentato; già stremato al secondo tentativo lasciò perdere. Intanto il dottore scriveva e scriveva paginate di scarabocchi sulla sua cartella clinica; ematoma di qui, rotture di là, pareva il Vietnam.
Lo portarono con una barella in un'altra stanza; lui non si lamentava, aspettava e basta. Nella confusione generale gli fecero delle domande, cui rispose meccanicamente, e prima che avesse tempo di riprendersi del tutto si ritrovò sull'ambulanza, e poi a casa. Gli lasciarono un foglio, con una ricetta per delle pasticche: "Dormiuncaz" - tre al dì per tutta la durata della cura. Passaron i giorni e come per miracolo, dopo una convalescenza confusa passata tra il letto e il frigorifero, le ferite erano scomparse e lui riprese a sentirsi fuori forma - coeme sempre - ma in salute. Rilesse la ricetta, per cercare di capirci qualcosa, ma il tentativo fu vano; provò a tornare all'ospedale per parlare col dottore e capire - in tutto quel macello - che cosa gli fosse effettivamente successo, ma l'ospedale non si faceva trovare. Aspettò qualche giorno ponderando su quel nome - "Dormiuncaz" - che non lo convinceva tanto; ma si sa, la medicina vive ancora di latinorum, e vattelappesca. Così, un po' dubbioso, si decise ad andare in farmacia: ne trovò una a due passi da casa di cui nemmeno si ricordava. Appena entrato gli fecero tutti un monte di moine - "Ma come sta Pizzighettone?" e poi "Tutto bene il nostro malatino?" e così avanti, una cosa da sfinimento: il farmacista capo (che si riconosceva per via di una uniforme graduata e la parrucca da mohicano) si fece seguire nel retrobottega, e senza nemmeno voler vedere la ricetta gli diede un apino furgonato pieno di queste pasticchone azzurre. "Lei, Pizzighettone, non deve dormire più: è troppo rischioso. Si fidi di me: una bomba tre volte al giorno, e tutto va bene. Avrà un monte di tempo libero, ci pensi!". E lui ci ragionò un attimo, si, provò a ribellarsi all'idea, ma come vide che l'ufficiale/infermiere si rifiutava di rispondere ad ogni sua domanda, tornò la solita bestia docile che era sempre stato e s'uniformò al verdetto della scienza. In un attimo col suo apino nuovo di zecca fu dentro casa, in quell'umido trenta settembre, pronto a prepararsi ad una vita senza sogni.
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venerdì, 14 settembre 2007
Altrettanto inevitabile fu il suo risveglio, dentro un lettaccio d'una casa che non era la sua. Le lenzuola eran ruvide (ma non croccanti), e sulle pareti riposavano immaginette di vacche da calendario d'altri tempi. E altri tempi, a ben guardare, erano davvero; vestita solo d'un piumino bianco stretto in vita campeggiava sul muro di fronte a John Pizzighettone quella bella maialona puppecculo di Miss Dicembre duemilasette. Poco di fianco, un calendario di Frate Indovino che, ben contento di ritrovarsi nel mezzo a quella selva di trogoloni (tra cui, non dimentichiamola, una eccezionale Miss Gamberame tuttanuda tra le rocche di filato), raffigurava nelle solite tinte d'acquarello da parrocchia la natività del bambin Gesù con - a bordo pagina - la lista dei rudimenti da conoscersi per conservare le acciughine sotto sale e avere il bucato più bianco che c'è, il tutto seguendo il ciclo delle fasi lunari.
In questo inferno dell'arredamento popolare tuttavia il nostro Ian Solo si sentì riavere; settembre era finito - e da un pezzo! - e proprio lui, la Marsigliese dell'apatia, si sentiva più vivo che mai, nonostante la stanchezza propria di chi, controvoglia, esce dal letargo. Come tutte le impressioni nette, la felicità del Pizzighettone ebbe vita brevissima; da una fessura nell'uscio di quella cameretta angusta vide muoversi chiara e distinta la figura di un uomo, che prontamente riconobbe: era quel Mohammed o Hammamet - o forse, più semplicemente, Fulvio - che l'aveva rincorso nel sogno. E di nuovo di sogno si doveva trattare, visto che fuori dalla finestra stava la stessa città sulla quale era atterrato la volta prima e quella prima ancora nelle sue fantasie d'incosciente. Così, preso dal terrore, l'istinto animale - che tutela la salvaguardia del buco del culo - si fece subito forte in lui; s'alzò dal letto, barcollante, e deciso a farla finita con tutta quella pantomima onirica aperse la finestra, prese fiato e coraggio alle mani si buttò. La caduta però non fu di quelle che ci si potevano aspettare: di solito nei sogni si vola o tuttalpiù si galleggia piano piano, con le distanze gigantesche che si fanno minuscole e quelle piccine senza fine. Proprio no: fece tre piani in caduta libera, nè uno di più nè uno di meno, e si schiantò al suolo, davanti ai gradini d'una pizzeria al taglio piena di turchi. Direte voi, adesso: e insomma, qui è tutto uno schiantarsi, un cadere, un addormentarsi! Ma di questo son fatti i giorni degli uomini, e chi li voglia raccontare, ne sono ormai certo, non può farci nulla.
La folla intanto, sconcertata, s'era raccolta tutto intorno al corpicino steso, mentre nessuno riusciva a spiegarsi il perchè del gesto folle di Jason Pianosa.
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venerdì, 14 settembre 2007
Era per la strada ormai da un po', e la Superal era lontana. Ma quelle susine, bèbi, quelle susine si meritavano cento passi e poi mille, e altri cento e altrettanti ancora, all'infinito, finchè la geografia dello spazio non si fosse adattata alle sue voglie: a rigor del vero lui la Superal se a ricordava un tantino più vicina, ma tant'è. Le strade erano vuote, e i palazzi tutti uguali: grigi, bianchi o ocra che fossero, avevan tutti le porte, le finestre, un tetto e le antenne, come dei giganti millepiedi domestici. Passaron due, poi quattro e poi otto ore senza che nulla cambiasse nel paesaggio; il sole rimaneva alto nel meriggio che schiaccia gli uomini dentro le loro ombre; non c'era vento e non c'eran rumori. Tutto pareva spento sotto la luce diritta e chiarissima del mezzogiorno.
Ormai stanco si fermò a sedere su di una panchina, una tra le tante intorno alla fontana d'una piazza che non aveva mai visto; ebbe tempo di riposarsi, fumare un po' e nettarsi del sudore con la pezzola che aveva in tasca senza che nulla accennasse a muoversi d'un soffio. Non portarsi nemmeno un po'd'acqua era stata una scelta infelice, pensò: per questo, mosso dalla sete, decise di berne un sorso da quella fontana, che silenziosa quanto inarrestabile, raffigurava tre putti piscioni in posa plastica sul bordo d'un vassoiaccio di pietraserena. Come fece per dare un sorso, però, s'addormentò secco come un morto; la testa gli fece sponda sul bordo del vassoio e il sangue prese a mescolarsi al piscio degli angioletti che, noncuranti delle disgrazie di questo mondo, continuavano a fare il loro dovere di soprammobili fluidodinamici. Passaron le ore e inevitabile, sul nostro giovane Marat, calò la sera.
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mercoledì, 12 settembre 2007
Non è giusto che l'uomo sia strappato alla propria solitudine: la solitudine è il sentimento dell'essere unico, uno e uno solo con l'esistente, e il silenzio delle frasche è la sua voce. Un uomo i cui confini più intimi - prima ancora di quelli del corpo, che in ogni caso vengono violati ogni giorno con maggiore spensieratezza - sono costantemente posti sotto assedio dagli altoparlanti delle radio, dalle distese di cartelloni pubblicitari che devastano la sua immagine del mondo, da un'umanità che si è fatta sciame di ripetitori d'onda è un uomo la cui vita è relegata al sonno, al sogno. Soltanto il sogno, per lui, può assurgere al valore di vita, poichè la vita, intesa nella sua mera manifestazione fattuale, non è altro ormai che ripetizione infinita dell'istante e del caos.
Queste parole John Pizzighettone le trovò appuntate a margine di un depliant promozionale della Superal qualche ora dopo l'incontro con il pallone areostatico, ma la noia lo fermò prima che avesse occasione di finire di leggerle - le riportiamo nella loro interezza solo per meglio rispondere agli stretti criteri di fedeltà descrittiva cui, sin dall'inizio, abbiamo deciso di attenerci nel corso di questa narrazione. In ogni caso, il depliant non si rivelò del tutto vano: leggendolo s'era accorto di come la data sulla carta stampata non coicidesse con quella del giorno stesso, in cui era andato ad aprire la porta per poi accasciarsi a dormiglioni. Doveva aver sognato almeno un paio di giorni, sul vialetto - e questi giorni erano passati come se il tempo avesse smesso di dilatarsi all'infinito, anzi: come se questo avesse voluto, in pochi minuti d'esperienza, riprendersi la sostanza perduta, schiacciando le ore su se stesse come un diabolico caterpillar. Il pensiero che il tempo potesse riappropriarsi della vita che lui aveva preso a prestito per trascorrerla in quello stato di veglia indolente non lo turbò più di tanto; non avrebbe avuto responsabilità di fronte al tribunale della natura, e quello che aveva preso, lo avrebbe reso istante per istante; ciò che gli importava in ultima istanza era soltanto d'essere in pace con se stesso e in piena salute, così da poter vivere quello che gli era dato senza la contingenza delle lotte e degli affanni.
Sollevato, diede un'altra occhiata al depliant; c'erano le susine in offerta. Mosso dal momento, si decise ad andarne a prendere un paio di chili.
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mercoledì, 12 settembre 2007
"Casa mia, casa mia, se continua sta mattìa e mi portano ma' via" canticchiava John Pizzighettone mentre si rialzava dal vialetto fiacco, lercio e sconsolato: questa cosa d'addormentarsi a cazzo di cane senza poi nemmeno sapere perchè iniziava a spaventarlo un po'. "Finchè ci son settantasette cinque di settembre mi va anche bene, io non c'entro nulla; e poi alla fine passa pure quello. Ma così, così son io che son un fenomeno da baraccone, mica il mondo!". E ancora: "E se m'addormento per la strada? E se mi rubano le chiavi? E se mi portano all'ospedale e invece non ho niente? Che figure, che figure...". Così, chiusa dietro di sè la porta di casa e bevuto un litro e mezzo d'acqua in tre sorsi, prese a camminare - dal tinello allo sgabuzzino, dallo sgabuzzino al tinello - mentre le preoccupazioni gli si affastellavano nella testa una su quell'altra, proprio a lui che mai prima d'allora aveva sentito l'angoscia del domani.
Dopo un par d'ore di questo nulla, coi nervi ancora scossi e stanco di fare avanti e indietro per la casa, cercò le scarpe e se le mise: un giro per il giardino l'avrebbe calmato, non c'era dubbio. Assicuratosi d'avere gli occhi bene aperti e con un senso di deja-vu che non vi sto nemmeno a dire, aprì la porta, uscì con fare circospetto e, visto che ancora era sveglio, si tranquillizzò. L'aria fresca e gli alberi, col loro esser lì da sempre, lo riportavano all'eterno substrato delle cose; nulla avrebbe potuto turbarlo, nel mondo della natura. Ma da quando l'uomo ha cominciato a dirsi tale, il caos armonico della vita spontanea della selva prese a cedere il passo all'ordine artificiale della ragione: com'è ormai noto, dai suoi cortocircuiti nacque Roy Paci (o Pacy): ciò fu male, e proprio questo male colpì il nostro italoamericano preferito, che si trovò ad avere sopra il capo, sospeso in aria a un centinaio di metri d'altezza, un gigantesco pallone areostatico a forma di stronzolo di merda (o Roy Pacy) che con un imponente sistema di casse acustiche diffondeva, nonostante lo sdegno degli alberi piegati in preghiera, l'ultimo successo dell'estate: quella popolare canzone sulla gioia di vivere che, pensò il Pizzighettone, l'avesse avuta in culo la Madonna si sarebbe stati un monte meglio. Allora, preso atto dello stato delle cose, e perciò impotente, si congedò dal mondo e tornò in casa, questa volta per serrarvisi stretto più di prima, con un'amarezza nel cuore così fonda da farglielo sembrare un Pocket Coffee di sangue e ventricoli.
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mercoledì, 12 settembre 2007
A parte la maleducazione tremenda di uno che inizia un biglietto con "Minchia", c'erano diverse cose strane in quest'ultimi cinque minuti di vita di John Pizzighettone, che con uno che si chiamava Jason, pensò, solo la prima lettera del nome poteva averci in comune. Per pensarci meglio il nostro eroe dei fumetti si spinse oltre la rotonda, con l'intenzione di trovare un riparo dal freddo; si mise allora in cammino sulla pista ciclabile, col vento che gli ghiacciava i vestiti addosso e il pensiero ancora non troppo lucido, fino a che, nel darsi un'occhiata intorno, non s'accorse di un tale, forse albanese, forse marocchino, che lo stava seguendo a passo svelto.
Soldi, pensò, non ce ne aveva; l'aspetto, nonostante i vestiti di per sè quasi decenti, era quello di un pulcino strizzato. L'ora, poi, non sembrava mica quella tipica degli scippi (che di solito è intorno alle una, una e mezzo di notte con Hammed Catricalà nella parte del Jackie Chan del karate marocchino); rimanevano due chanches - il pestaggio gratuito - che lo sai, è come il vento - , o una presentazione in powerpoint del progetto "fava magrebina", un grattacielo orizzontale di dodici piani buono per la mamma ed il bambino. In un caso o nell'altro, la situazione si faceva direi piuttosto bigia, ragion per cui il giovane Pallediacce si decise ad affrettare il passo; superata la soglia dei cinque chilometri orari entrò diritto spedito nella dimensione dei ghiacci perenni. La paura però faceva novanta, e lui per raggiungerla si lanciò in una mezza corsetta, dimostrando a se stesso - come già sospettava - di essere un paraplegico di terza serie; quattro passi e bum, secco in terra, strappo muscolare e addio sogni di gloria.
"Vai, bravo cretino, vai: ora lo vedi, che muscolo, Hammamet! Io lo dicevo di andare a correre, boia della madonna lebbra! Ma no, te sei pigro," si diceva il giovane Mennea accasciato per la terra "pigro come lo stronzo che non sei altro! E allora, vieni, vieni, che ti supera bene, Abebe Bikila, vieni - te la da volentieri lui, la staffetta, dioboia!". E così, a bestemmiare i santi, steso come un verme, gli occhi bassi, aspettava l'arrivo del feroce Saladino e della sua bega ruspante. Questo, con una forma fisica un tantino superiore - pareva David "Mastro" Lindo, quello della pubblicità degli sturalavandini in gel - non tardò ad apprestarglisi (o apprestarglivisi? magari, apprestavastivi, ma la prossima volta, che ora non ci ho tempo) per porgli una mano sulla spalla - gesto d'inequivocabile pathos omosessuale - e poi dopo, boh! Chi lo sa? Noi di certo no, che il Pizzighettone, per lo spavento eccessivo, si svegliò sudato mézzo sul vialetto di casa sua, con una sete allucinante, un piccione che gli beccava il capo e il solito sole del cazzo che io non capisco come sia possibile avere tutti questi cambiamenti climatici repentini e sahariani il dieci di settembre - o magari forse l'undici che salcazzo quanto aveva dormito il bel morino.
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martedì, 11 settembre 2007
Son tanti quegli uomini che, di fronte al desiderio, diventano animali da preda; questi, soli con se stessi, conoscono la via della ragione. Della testa del capro stringono prima l'uno e poi l'altro corno, senza mai chinarsi ad abbracciarne il capo, poichè hanno imparato a distinguere il benessere dalla miseria; in ciò risiede il loro amore per la vita. Il nostro brutto addormentato non poteva certo dirsi un uomo di quella schiatta di dominatori; il mondo, ai suoi occhi, era uno e uno soltanto. Così passava le giornate senz'avvertire il bisogno d'incidervi, come steso a galla nell'acqua del fiume: quando avesse avuto sete, gli sarebbe bastato girare la testa per tirarne via un sorso e presto, si diceva, sarebbe giunto fino al mare aperto, dove l'acqua fresca e la corrente avrebbero lasciato il posto alle larghe coperte d'un letto senza fondo. Non era certo a questo che pensava, però, mentre s'accendeva una sigarettina di tabacco; la sua testa era impegnata da certi altri pensieri, nessuno dei quali davvero degno d'attenzione, ma tutti tenuti assieme dal filo rosso di quei giorni tutti uguali. Così, seduto, fumava, aspettando le sette per poter cenare.
Proprio quando una nuova ondata di silenzio pareva impadronirsi della sua testa e del suo tempo - che dir suo, è forse un esagerazione, da quando aveva preso a fare come meglio gli pareva - successe la più strana di tutte le cose che sinora mi son preso la briga, nonostante gli impegni, di raccontarvi. Un evento eccezionale, per il Pizzighettone, che non aveva telefono, portava di persona le rilevazioni del contatore dell'acqua all'azienda che se ne occupava, non prendeva multe chè era senza macchina e da ormai diversi anni aveva scacciato tutti gli evangelizzatori porta a porta, le suorine della Santa Pasqua e i venditori d'enciclopedie dai confini della sua proprietà. Un evento, dicevo, straordinario: per lui, che per primo ne fu coinvolto, per me, che ormai ho imparato a conoscerlo bene e per chiunque abbia in cuor suo la facoltà d'immedesimarsi in un personaggio d'un racconto. Nel bel mezzo del nulla, quel dieci settembre, gli bussarono alla porta di casa.
Sorpreso, aspettò un attimo, continuando a fumare, ma più forte di prima, col doppio dei colpi, qualcuno picchiò su quell'uscio di legno. "Si vede che non val nulla, comprar casa in mezzo ai rovi", mugugnò un pò nervoso; s'alzò da tavola, con la cenere della sigaretta sulla barba, e andò ad aprire. Ad aspettarlo, oltre la soglia, nessuno. Mise un piede fuori di casa, poi l'altro: chiuse gli occhi per un attimo, o forse qualcosa di più; quando li ebbe riaperti stava di nuovo lì, nel mezzo alla rotonda del sogno. Nessuna macchina l'aveva investito, e l'unica tragedia lì intorno era quel monolito in bilico che faceva l'imitazione ad una scultura. Non pioveva più, ma lui era ancora zuppo d'acqua, coi capelli sciolti e sparsi sulla fronte, le mani bianche come la cera e niente in tasca. Appoggiato sull'orecchio, se n'accorse nel tentativo di rimettersi in ordine i capelli, aveva un biglietto. Lo guardò bene, che era bagnato almeno quanto lui, e nell'inchiostro, scritto in stampatello da una mano neanche troppo ferma, stava scritto: "Minchia, scusa per davvero, ti credevo troppo Gèson".
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lunedì, 10 settembre 2007
"Svenuto la mi'fava" avrebbe detto appena riaperti gli occhi di fronte ai tre o quattro che lo circondavano "e m'ha stiacciato una macchina!": ma non disse mica nulla, chè prima ancora d'aprire bocca s'accorse d'essere a casa sua, steso sul letto, con anche un discreto mal di testa. Addosso il pigiama di flanella, e le ossa tutte al loro posto; "Eppure," pensava "e m'hanno stiacciato: l'ho visto, una macchina grigia, la m'ha stiacciato. Ma no pianino, la m'ha stiacciato forte, e pioveva, me lo ricordo dioboia!". Provò a cercare i vestiti che aveva addosso prima dell'incidente, ma niente, nessuna traccia. Il portone di casa era chiuso a chiave dall'interno, lui era asciutto, e in camera sua c'era il solito odore di sugo e sigaro proprio delle giornate d'autunno passate a dormire. Fuori poi, nemmeno pioveva. Fatti due conti - ma lasciando stare le aritmetiche, coi loro trucchi e le loro trappole - mise a scaldare il caffè e giunse alla conclusione, vista la palese incongruenza nei fatti, d'essersi sognato tutto. Era pure lo stesso giorno del giorno prima, il dieci di settembre: tutto tornava, chiaro e tondo. Nel corso della giornata, che quando s'era svegliato eran le due del pomeriggio, solo una questione continuò a tormentarlo, lasciata perdere la sostanza materiale del sogno con l'acqua, il freddo e l'incidente: che fantasia brutta bisogna averci, per sognarsi uno che si chiama Jason?
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lunedì, 10 settembre 2007
Il diaccio e l'acqua lo svegliarono davvero; andò a ripararsi di corsa sotto uno di quegli alberacci che stavano sul ciglio della strada. Passavano delle macchine, coi fari accesi e i tergicristalli, mentre il cielo si faceva sempre più scuro. Saranno state le sei, forse le sei e mezzo - di mattina o pomeriggio, questo ancora non gli era chiaro.
Una bicicletta, con un cinese sopra, gli passò accanto sull'asfalto rosso di una pista ciclabile; a cento metri un ponte con la ringhiera azzurra e il ballatoio. "Che fare?" era solito dire Chernishevsky; e così, emulo della peggiore letteratura russa, anche il nostro John Pizzighettone si trovò in una situazione simile; "Che fare?" disse tra sè e sè, mentre l'emisfero destro del cervello gli si perdeva in ologrammi di madonne bestia, "Stare, son stato; ci sarà da andare". E prese così la via, sulla pista ciclabile, in direzione del ponte. Passò accanto ad altri due cinesi, che stavano stretti sotto un ombrello a guardare il fiume; cosa ci fosse da guardare, in un fiume del genere, solo quei due potevano saperlo. Arrivò nei pressi del ponte; c'erano una rotonda, una scultura brutta e l'Unieuro. "Perlomeno non sono in Cina", realizzò.
Intanto una voce gridava: "Gèèèèèsssooooooon - Gèèèèèèèèsooooooooon!" e ancora "Madonnabbuttanaggèèson, machecazzostaiaffare!".
Prima di svenire John Pizzighettone ci pensò un attimo e giunse a una conclusione: Jason era proprio un nome del cazzo.
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lunedì, 10 settembre 2007
Ecco, dove si svegliò: sull'argine di un fiume. Non d'un fiume d'Arcadia, no; non c'erano gli uccellini, l'acqua fresca e la terra molle. Era più un fiume di città, con l'acque marroni e la riva melmosa; le piante sì, crescevano tutt'intorno, ma senz'ordine, in un tutto prepotente e disarmonico. Era, a guardar bene, un fiume brutto e gonfio, come la natura che lo raccoglieva. Qualche metro più in alto, oltre la riva, degli alberi, una strada - in distanza, un barbone che mangiava rifiuti da un sacchettaccio dell'esselunga.
Da steso sull'erba che era John Pizzighettone si stropicciò gli occhi, sbadigliò quanto basta e si fece ritto sulle gambe; tutt'intorno, adesso la vedeva bene, la città. Non che si stupisse, di questa città; era più il fiume a creargli qualche problema, chè dioboia, non c'era mica un fiume dove abitava lui. Si diede un'occhiata, ed era vestito - giacca, cravatta e tutto il resto; il nodo alla cravatta, da sonnambulo, c'era verso farlo? In tasca nulla, nemmeno le chiavi di casa.
Io non ve l'ho mai detto, ma perdere le chiavi di casa per uno che vive dove viveva lui, nel mezzo al nulla, poteva essere un problema: la porta, poi, era una di queste porte moderne, con due chiavi, la sbarra di ferro, un catenaccio grosso così. Niente vicini, niente amici o parenti e neppure conoscenti. Forse dal camino ci passava, chè secco era secco abbastanza. Comunque stessero le cose, ora era in una città con un fiume, la giacca, la cravatta e tutto il resto. Faceva pure freddo, ma un freddo che pareva Dicembre. Iniziò a piovere.
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domenica, 09 settembre 2007
Con la lavastoviglie che non funzionava John Pizzighettone dovette drasticamente modificare la sua dieta; chiamare un tecnico non se ne parlava, sgrassare le pentole a mano meno che mai. Gli rimasero da lavare un paio di piatti al giorno, qualche forchetta e le tazzine del caffè: una mole di lavoro tutto sommato accettabile, nonostante la pigrizia. Inoltre il corso di cinema era ormai completamente andato a puttane, e con lui quattrocentoventi euro, che ci facevi una lavastoviglie di quelle con anche il risciacquo profumato: giunto a questo punto, con ancora un tempo infinito di fronte a sè, il nostro Sancio Panza decise di tirare due somme. "Trecentodieci euro che mi rimangono nella scatola dei biscotti, forse una cinquantina nel portafogli, in banca un'altro centinaio: fanno diversi soldi - se hai diciassett'anni. Non so che giorno sia, nè quanti ne manchino alla fine; magari potrei chiamare qualcuno" si disse con risolutezza "ma non ho il telefono" continuò "e quindi, così a occhio, è meglio che vada un po' a letto. un'idea mi verrà." L'idea non gli venne: ma quando si svegliò, non era più dentro le mura di casa.
Ci son dei momenti, nella letteratura di narrazione, in cui l'autore si decide insoddisfatto di sè e delle sue scelte epperciò si picca di dare un taglio a tutto quello che stava accadendo per riporre la storia - e un po' anche la sua stessa esistenza - su nuove basi; questo è certamente uno di quei momenti, perchè io e John Pizzighettone abbiamo qualcosa in comune oltre alla noia - nè io nè lui sappiamo dove cazzo fosse finito.
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sabato, 08 settembre 2007
La letteratura fantascientifica l'aveva sempre affascinato, ma, come i film del Monnezza, non era mai riuscita a piacergli. Non tanto per via di un qualche inestirpabile pregiudizio umanistico, quanto perchè l'una come gli altri l'annoiavano a morte. Gli spazi infiniti, il tempo dilatato dei viaggi interstellari, le grandi desolazioni e la solitudine di Urano già li aveva conosciuti da solo, nel corso di quelle giornate steso sul letto ad aspettare che arrivasse la sera. Quello che s'aspettava dalla fantascienza - le avventure incredibili, i mondi lontani, gli exploit spaziotemporali - finiva sempre per deluderlo: in quei libri, nonostante tutto, non succedeva mai nulla di davvero interessante. Così, col passare del tempo, aveva accumulato un discreto numero di Urania, Oscar della Fantascienza Mondadori, Cristi Spaziali e Madonne Intergalattiche, tanti da riempire una mezza libreria - tutti iniziati, lasciati a sè per qualche giorno, e in seguito definitivamente abbandonati alla polvere. Uno però se lo ricordava ancora; era la storia di un impiegato originario di una cittadina del Wisconsin, che dopo un paio di pagine di vita tranquilla e barbecue coi parenti si scopriva a metà tra sogno e realtà; di giorno salariato modello, di notte ultimo sopravvissuto sulla faccia della Terra. E così, per tutto il libro, un andirivieni irrisolto tra questi due mondi: ai lettori soltanto spettava di decidere quale fosse quello vero. Anche questa volta, però, John Pizzighettone non riuscì a superare pagina venti, e il libro, "Le avventure di Jerome Pittsburgh", finì a fare da zeppa per la lavastoviglie; nessuno lo rammentò più fino ad oggi, chè la lavastoviglie ha smesso di funzionare.
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sabato, 08 settembre 2007
"Ma cosa ci sarà da lamentarsi..." diceva John Pizzighettone tra sè e sè mentre, seduto sulla tazza del cesso, guardava un ragno arrampicarsi sul termosifone; la sua rassegnazione di fronte al mondo superava di una spanna fors'anche quella del Buddha in persona - fosse poi per necessità o per scelta non ci è dato saperlo. Così stava sulla tazza, e aspettava che quell'insaccato di merda che covava da ormai un par di giorni nel collo dell'utero (che è solo un modo di dire) la finisse di fare storie e sortisse senza farsi pregare altrimenti; quello dell'intestino pigro era un retaggio di famiglia - rimaneva solo da portare pazienza. Così per il caldo, il freddo, la fame, la sete; c'era da portare pazienza, e lui ne portava a quintali, di qua e di là, come fosse un peso da poco quello di cui l'aveva gravato la sorte. A volte però se lo chiedeva - nei momenti più silenziosi della giornata, quando pareva non se ne potesse fare a meno - perchè proprio a lui avessero concesso questo settembre senza fine, che non sapeva che farci, se non aspettare. "O non poteva succedere a un uomo d'ingegno, a un salariato a cottimo, a un esploratore, a qualcuno insomma? Ma anche a uno scrittore, a un gigolò, a quel che vi pare - io cosa ci fo, con questi giorni tutti uguali?" - e s'immaginava la sua vita infinita di trapezista, calciatore, pilota di jet: fantasticava un po', fino alla fine dei silenzi, ma l'attimo dopo era belle che qui, nel presente più presente che ci sia, a registrare gli avvenimenti uno di fila a quell'altro, tutti uguali. La merda, intanto, non usciva. Dopo cinque minuti buoni di vane attese si rimise la vestaglia, sbadigliò, e andò a prepararsi una frittatina coi porri.
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venerdì, 07 settembre 2007
Non era passato molto tempo dall'ultima volta che era andato al cinema, ma la programmazione era già cambiata; davano un film dei Vanzina che per titolo aveva "Stiò", con Gigi Sabani, Raffaella Carrà e Valerio Merola. Fuori faceva caldo, e il nostro John Pizzighettone era tutto intabarrato, come un tuareg con la tagelmust; aveva bisogno di riposarsi e di assumere liquidi in quantità, per cui si decise a spendere quei sette euro e trenta per vedere due puppeculi che parlavano di cazzi al telefonino. A metà proiezione, proprio mentre la mitica Raffa (Carrà) si stava informando (con calma, che coi telefonini Tim si spende poco e si tromba tanto) sulla grave malattia rimpicciolente che aveva colpito la nerchia del suo amante (Merola), il nostro Jesus Prostata - così diceva di chiamarsi, almeno fino all'età di ventiquattro anni, negli incontri di lavoro - vide accasciarsi sullo sfondo un uomo in giacca e pantaloni bianchi (Sabani, autore peraltro di una splendida interpretazione). Preso allora da una forma acutissima di disinteresse cosmico decise di uscire di sala per prendere una seven-up diaccia marmata al distributore automatico accanto al cesso; una volta tornato al suo posto, però, s'accorse che il suo pastrano era scomparso, insieme alla sciarpa, al cappello e alle scarpe imbottite. Guardando meglio, vide che anche il film era cambiato: c'era Alex Baroni che faceva a gara di acuti con Luciano Pavarotti e, come fosse stato Armageddon, le onde sonore si incontravano in computer grafica dando il via ad una conflagrazione che per la violenza delle immagini fece accartocciare lo schermo su se stesso, rovinando così il pomeriggio a tutti i presenti.
Scalzo, allora, il Pizzighettone se ne tornò a casa, con un po' di confusione in testa e sulle spalle un vento gelido che pareva soffiasse dal Nebraska.
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venerdì, 07 settembre 2007
Animale sordido e di poco pregio, la fica non ebbe nella vita di John Pizzighettone un ruolo di grande importanza. Giunto a una certa età decise, infatti, di astenersene completamente, cosciente della propria condizione e compiendo così - pur nell'eccesso - una scelta tutto sommato sensata. Gli unici contatti tra questo e l'oggetto in questione avvenivano, in via del tutto sporadica, attraverso qualche giornaletto che conservava dalla tarda adolescenza, con grande cura. A volte aveva pensato ad aggiornarsi, a farsi spedire un qualche catalogo di biancheria intima o chessoio - ma ogni volta, dopo un qualche minuto di riflessione, s'accorgeva, con un po' d'amarezza, che giornale nuovo o giornale vecchio non sarebbe cambiato poi granchè.
Vivere un po' fuori mano lo aiutava, garantendogli quell'isolamento che gli asceti cercano con rigore a volte finanche per tutta la vita; qualche lettura un po' più romantica, insieme al cinema d'annata, riuscivano poi a surrogare nel suo animuccio quelle strette di calore umano che la vita vera aveva deciso di negargli. A volte s'era chiesto perchè proprio a lui fosse toccata la sorte d'essere se stesso; ma un certo buon senso gli riportava a mente che era proprio quella la sorte di ciascuno, d'esser se stesso - non che non gli venisse voglia di fare un qualche reclamo, chè gli pareva ci fossero dei se stessi più adatti a una vita serena, ma il tempo (sommato a una certa mancanza di tenacia dell'intelletto) lo spinse ad accettare il fato senza grosse lamentazioni. Il tempo, poi - che se questo settembre tirava avanti dell'altro, c'era da preoccuparsi: non per altro, ma a settembre c'è proprio un tempo di merda, e uno si ammala ogni tre per due, con queste frescate e il caldo umido e la mescolanza delle due. Dal dottore non ci voleva tornare, chè dava giudizi troppo severi o troppo enigmatici; inoltre, se lo studio medico aveva preso a fare come la scuola di cinema, salcazzo chi lo ritrovava. Per paura d'ammalarsi, quindi, prese a mettersi un cotrone di lana scozzese che sarà pesato si e no dodici chili asciutto, la sciarpa, il cappello coi paraorecchi e le scarpe imbottite con la chiusura a cerniera; aprì la porta di casa e, sotto un sole cocente d'agosto, s'avviò verso il cinematografo.
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venerdì, 07 settembre 2007
Dopo un pò, John Pizzighettone smise di contare i giorni: era sempre settembre, tanto valeva fottersene. La verità è che non sapeva più come contarli; a volte c'erano stati due martedì di seguito, e dal 5 s'era passati al quattro. Inoltre, i calcoli a due cifre l'avevan sempre messo in difficoltà, sin da bambino: ricordava con una certa amarezza quel "benino" appioppatogli dalla maestra in seconda elementare. "Benino" lo prendeva solo un'altro dei suoi compagni di classe, figlio di due pastori sardi di cui si diceva che fossero cugini di primo grado.
Perso nei ricordi d'infanzia - che si sa, colle fie son come la pastura pe' le trote: di cui la deriva infantilistica del mondo d'oggi - il nostro perdigiorno preferito stava dimenticando qualcosa che avrebbe potuto cambiare il corso degli eventi e nella fattispecie quello della di lui vita, in quel venerdì settordici settembre: ma che cos'era? Mah. Se non se lo ricorda lui, come faccio a saperlo io, che son solo il suo biografo? S'apre un dilemma, ed ecco che subito si chiude: fuori aveva iniziato a grandinare. Quando era piccolo John Pizzighettone aveva paura della grandine: aveva letto che - in certe condizioni atmosferiche del tutto particolari ma pur sempre possibili - i chicchi di ghiaccio potevan diventare grossi come noci di cocco e devastare tutto, macchine, finestre, tegole e persino uomini, qualora l'avessero beccati in testa (o in uno tsubo). Per questo, quando grandinava aveva l'abitudine di nascondersi sotto i fustini del Dixan, quasi fossero la sua impenetrabile reggia nascosta. E così si potrebbe andare avanti per ore, con l'aneddotica d'infanzia, come la gran cifra della letteratura contemporanea non si sdegna di fare, mentre io mi sghigno e m'inviperisco e mi gonfio di bile e dichiaro su due piedi, al passo dello struzzo, che son tutti froci quest'autori d'oggigiorno. E vi dirò di più - John Pizzighettone l'infanzia non ce l'ha mai avuta.
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giovedì, 06 settembre 2007
Tutti gli eroi delle saghe d'ogni tempo si caratterizzano per un qualche elemento distintivo: il tallone d'Achille, la pazzia di Orlando, la fava di Noè. Il nostro John Pizzighettone, che tutto sommato era un uomo comune e perciò difficilmente riconoscibile, cercò comunque di darsi un tratto che lo caratterizzasse: compiuti i vent'anni, decise con fermezza di non avere mai più un telefono in vita sua. Perciò, di lì in poi, molti presero a chiamarlo il Cavaliere senza cornetta, John l'irraggiungibile, o insomma, uno dei tanti nomi (a volte finanche ridicoli) di cui amano fregiarsi i campioni dei romanzi.
Molti di voi, adesso, magari se la rideranno sotto i baffi: che fregio sarà mai quello di non avere un telefono? Ho Ho Ho! Che buffo questo John! - Lasciate allora che vi risponda con le sue, di parole, quelle stesse con le quali decise di non ammorbarvi da vivo, neppure durante quel lungo e solitario settembre.
"Io mi faccio dodici chilometri e mezzo a piedi per andare a vedere cosa c'è al cinema, perchè non ho il telefono - e se c'è un film che non mi piace, torno a casa. Io non prenoto nulla, non m'informo, e non voglio sapere; se c'è posto, bene, altrimenti torno a casa. Se devo cercare quacuno, io lo cerco: se non lo trovo, torno a casa, e magari gli lascio un biglietto. Una volta io la sapevo, la risposta di un quiz televisivo con il superpremio, ma non avevo il telefono: invece di andare in Brasile, son rimasto a casa. Se sto male, io il dottore non lo chiamo; se muoio, torno a casa."
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giovedì, 06 settembre 2007
Era il 5 di settembre ormai da diversi giorni: il primo era stato un lunedì, il secondo un martedì, e così via, fino a sabato. Fu proprio di sabato mattina che John Pizzighettone si svegliò, dopo aver passato una notte tra il lusco e il brusco, con le borse sotto gli occhi e le palle mence. Aveva la febbre. Le palle mence erano per lui un inequivocabile segno di indisposizione: sin da piccolo aveva in orrore la vista di quella sportina del tredici priva del suo tipico, salubre turgore. Quei cinque di settembre lo avevano affaticato: il cinque settembre era il giorno della presentazione del corso di cinema, e lui mancò all'appello ben tre volte su cinque. Non che s'annoiasse: per quanto aveva da fare, anche cacarsi addosso poteva essere una attività in qualche modo fruttifera, ma ogni volta che andava là gli facevano le solite domande, e temeva, compilando la solita scheda di presentazione per ben cinque volte, di incappare in sanzioni burocratiche di qualche genere. Inoltre, la strada per arrivare all'aula dove si tenevano le lezioni era ogni volta un po' differente, e non sempre riuscì a percorrerla fino in fondo: prima la seconda a destra dopo il bar, poi la terza, poi il bar non c'era più; una volta, a furia di camminare si trovò a Iolo, e per tornare a casa gli toccò ti prendere la Sita Vladivostok-Pisa. Nonostante tutta la buona volontà, insomma, i suoi progetti diventavano ogni giorno sempre più difficili; avere così tanto tempo non lo aiutava, anzi, sembrava complicare le cose in una maniera che non si sarebbe aspettato mai. Il palazzo del corso di cinema, poi, quello non lo capiva. Prima giallo, poi rosso, poi chissà; aveva paura di trovarlo di un altro colore, la volta seguente, e di non riconoscerlo, anche se lo avesse scovato. Ma non esistevano dei piani urbanistici per regolare il colore dei palazzi? Sarebbe forse stato il caso, quel cinque settembre di andare a parlare con un qualche responsabile, per informarsi o fare un esposto, ma la febbre gli stava già facendo tremare le gambe come un destro di Mohammed Ali. Accertatosi scientificamente del proprio stato di salute (si gingillò un attimo i coglioni, li mise a bagno nell'acqua fredda, li fonò una mezz'oretta: nulla) decise di passare quel sabato a casa. Provò di tutto per farsi passare il mal di testa che gli aveva portato la febbre, ma i compagni di squadra non capivano, e continuavano per la loro strada; lo mise in una busta e lo imbucò nella cassetta delle lettere del vicino - lo tenne mezz'ora sott'acqua, a forza, dentro la tazza del cesso (lo aveva visto fare in un film sulla mafia colombiana), ma nulla: diversamente da Gigi Sabani, pareva non volersene andare.
Il mal di testa, i sudori freddi, la vista appannata: ma più forti che mai erano i tremori, che lo scuotevano come una lavatrice. Insomma, la malattia durò tutto quel sabato 5 settembre, e se ne andò con la notte, inspiegabilmente. Come ogni volta alle sei del mattino ognuno tornava a casa sua, senza sapere se ci si sarebbe rivisti oppure no.
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mercoledì, 05 settembre 2007
Kafka, il noto protagonista morale di una spassosa pubblicità di spray per insetti, scrisse la Metamorfosi in una notte sola: dovette essere una notte lunghissima al termine della quale si ritrovò tramutato in una gigantesca blatta parlante. A questo pensava John Pizzighettone mentre rifletteva su quel lungo settembre: s'augurava anche lui, in cuor suo, di non dover diventare una blatta, o pure peggio, che la sua non era una lunga notte, ma un lungo mese, e se tanto mi da tanto, chissà che bestia divento, pensava.
Fuori fischiava il vento tra gli alberi bruni: gli alberi, nonostante i fischi del vento borbottavano tra sè e sè: "Meglio bruni che biondi!" Il vento però continuava, e non si stancava di schernire i poveri alberi. Sentendo queste voci, John ripensò a quando s'era tinto i capelli pur di somigliare a un certo modello americano famoso per aver partecipato a qualche puntata d'un serial anche caruccio, alla fin fine, ma pur sempre di scarso seguito. Il vento fischiava anche allora, pensò: è cosa un po' incoerente da parte sua - biondi, bruni, pare che non faccia differenza! - ma il vento si sa, è un po' una banderuola. Mentre era lì che rimuginava sul passato, spinto proprio da questo vento che lo agitava di qua e di là, il Pizzighettone si ritrovò come per magia iscritto ad un corso di cinema: "Professione Regista". Si pentì subito e amarissimamente: frequenza obbligatoria, per tutto il mese, vietato fumare, classi miste. Ciononostante fu colto da un forte senso di responsabilità, e decise di precipitarsi in un negozio per acquistare una cinepresa professionale coi soldi che teneva da parte perchè non si confondessero con gli altri. Acquistato il costoso marchingegno prese la via per casa e pur non ricordando come avesse fatto ad arrivare fin lì, giunse a destinazione, posò l'imballaggio accanto al portone d'ingresso e riprese fiato, stanco per il lungo viaggio. Fece allora per andare a letto, ma vide che ad aspettarlo, a pancia all'aria nel corridoio, stava una grossa blatta nera; tutt'a un tratto s'accorse che erano ancora le dieci di mattina.
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mercoledì, 05 settembre 2007
Scuoteva il capo da dieci minuti buoni: non per tristezza o desolazione, ma per via di Chuck Berry. Si. John Pizzighettone era un cretino. Difficilmente, nella letteratura contemporanea, troviamo dei protagonisti capaci d'esser dei veri cretini come il nostro Gei Pi (così ebbe l'ardore di chiamarlo, una volta, un suo connazionale di Vergaio): tante volte l'autore moderno scivola nell'autobiografico, e gli è difficile ammettere, alla luce dei numerosi Premi Della Giuria Di Viareggio ricevuti in carriera, d'essere un cretino. Quandanche succeda, l'autore è sempre un bonario cretinone; egli si sente un Idiota, più che un cretino vero e proprio, un uomo troppo buono per un mondo troppo cattivo dentro un vocabolario troppo stretto: una vita d'eccessi, questa dell'autore moderno. Se la figura del protagonista d'oggigiorno lascia intravedere nel suo esser difettosa un equilibrio necessario tra pochezza e virtù - in nome di una proporzione eterna, quella della terra madre - la sagoma del nostro John concedeva tuttalpiù un'ombra di gobba nascosta sotto un paio d'occhi piccoli e neri, come quelli di Calimero - che però erano azzurri. Così scuoteva la testa, fuori tempo, sul tre e sul quattro, come un epilettico; che altro poteva fare un uomo di fronte a un settembre di trecento giorni e passa? Aveva pure provato a indagare sulla natura di questo mese, ma era rimasto paralizzato dal terrore quando s'era accorto che settembre era il nono mese dell'anno: sospettoso di loschi complotti massonici di portata financo internazionale decise di dedicarsi ad aspetti meno complessi del problema che l'angustiava. Gli sovvenne che il cinema era chiuso per il turno di riposo del lunedì; convenne sulla necessità di quest'ultimo e, di nuovo bloccato in casa, tornò a pensare. "Ma se son sette, perchè è nono? Sette per nove sessantatre, sei più tre nove, torna tutto: nove più nove fa diciotto, che è otto più uno, che fa nove, meno nove uguale zero! E sessantatre meno diciotto fa quarantacinque, che è sempre nove, nove per cinque, che è cinquantaquattro, all'incontrario, che fa sempre nove! Ma allora..." E così, per ore, diviso tra il turno di riposo del cinema e il calendario romano, passò il pomeriggio, mentre fuori un viandante sulla strada per Tebe incontrava nove donne con nove sacchi con dentro nove gatti tutti gravidi di nove cuccioli che avrebbero tenuto sveglio John per il giorno successivo e per quello dopo ancora.
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mercoledì, 05 settembre 2007
"Le avventure di John Pizzighettone con la moto" - brum, brum, bruuuum... MEEEEEEEEE-MEEEEEEEEEEEEEE-MEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEE(la terza è lunga)-MEEEEEEEEEEEEEEEEEEEE- IIIIIIIIIIIIIIIIIII!(come IIIInchiodata)brum, brum, br...bo-bo-bo-bo-bo "mi hanno belle che cacato il cazzo" disse uno spettatore. Allora, parcheggiato il bolide, il Pizzighettone decise d'andare al cinema. Si presentò alla cassa, fece l'abbonamento mensile ed entrò in sala. Stavano proiettando "Battles without honor and humanity", un' avvincente retrospettiva sulla vita della principessa Sissi che - nonostante i pareri negativi della critica di Venezia - il Pizzighettone (ancora lui) trovò piuttosto azzeccata. Vide quel giorno anche degli altri film, e la notte stessa decise di dormire almeno tredici ore, ispirato dalla bellezza dei lungometraggi. Fece sogni degni di nota, ma si svegliò che, come Bill Murray nel giorno della marmotta, fuori nevicava: non sarebbe potuto andare al cinema con la moto. Decise perciò di trovare un passatempo dentro casa, fallendo; ciononostante, a furia di spremersi le meningi erano già le nove, e la neve aveva smesso di rompere i coglioni. Mentre la vedeva cedere all'asfalto, tornava a pensare che la neve è bella solo lontano da casa: preso dalla malinconia tornò al cinema, a piedi stavolta. Gli portò via due ore e mezzo, la camminata: arrivò in tempo per un film francese, il titolo non lo ricordo. Era una storia, di un tale tizio, amico (ma non è che fosse molto chiaro questo rapporto) di un altro, che si svolgeva in citta, o in campagna, non saprei; forse però il protagonista era un altro, un figuro piuttosto anonimo. Succedevano delle cose, per un paio d'ore, e alla fine si usciva dalla sala; nouvelle vague? Tornò a casa che erano le quattro, e si addormentò subito. Si svegliò di nuovo dentro il cinema, e stavolta il film francese finì - era ormai l'una e mezzo, e tornò a casa, a piedi, due ore e mezzo, di nuovo, anche allora, ma una volta sotto le coperte non prese sonno: decise allora di aspettare il mattino, che prima o poi sarebbe arrivato, sfogliando un catalogo dell'Euroclub.
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mercoledì, 05 settembre 2007
Un settembre lungo così (Ma quanto? Così!) lo vide proprio John Pizzighettone, che si lanciava d'istinto rimediando sbuccioni e prendendo il palo di Kuzmanovic (proprio quello). Un settembre senza fine: c'è anche il turno di riposo, dice Burberi. Ma levatosi le scarpe (proprio lui, John), le appese al chiodo (proprio loro, le scarpe - e via così, senza fine, fino alla fine!) e disse: "seeen-za fine/questi chiodi son/seeen-za fine.
A settembre ci sono le zanzare, e ritornano i gristiani, ed io scrivo queste cose seeen-za rima, e un si ri-ide seeen-za rima, rararirara, ciii garbava/di più prima/la canzone/colla rima/solo adesso/più di prima/siamo stanchi e seeenza rima: ma torniamo a noi. Questo stato di difficile accetazione del mondo esperito dall'artista (proprio lui, l'artista! l'artista senza fine, Pizzighettone John!) lo si riconduca pure a una febbre malarica, un crepacuore, un'avventata inalazione di culo sudato al di fuori delle direttive del comitato operativo centrale che trascina le nostre vite senza un attimo di respiro, a quel che si vuole insomma. Il soggetto si presenta fiacco, coi tremori e una percezione del tempo che diversamente dalle di lui parole puolsi dire: seeen-za fine, sciabisciabi-daa, baa-dabadalaa; e così via, "il testo si presta a mille interpretazioni, sceglietene bene una che si adatti alla situazione, caro il mio John Pizzighettone", disse il medico curandolo su di un tavolo medico nel suo studio medico pieno di palle mediche in numero di due per fava medica in numero di tre al giorno per tutta la durata della cura medica della quale possiamo dire solo (preventivamente) una cosa; curamè-di-ca/seeen-za fine.
Le avventure del Pizzighettone, lo si sarà capito, adesso, son come questo settembre, piuttosto lunghe. Sarà il caso allora che vada a prepararmi per la notte, stanotte, ch'è senza fine.
postato da: UmbertoSmaila alle ore 03:30 | Permalink | commenti
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domenica, 02 settembre 2007
Lezioni spirituali per giovani mentecatti sarebbe un titolo adatto per un qualsiasi testo di casistica morale, se soltanto si fosse degli esseri umani. Invece no. Le bonghe, le gambe secche e la tossa (plur. - le tosse) da fatica - ad esempio - prenderebbero diverse pagine nella stesura di questo manuale: cosa evitare, cosa no. Una sorta di precettistica disperata al fine di dare una mossa di corpo a questi giovani, le cui intestina languono intasate da beghe di negro.
I cinesi che giocano a basket non sono giovani, perchè son vivi; giocano in ciabatte, sull'asfalto, tutto il giorno. Io non credo che ci sia, nell'urbano di questa città, niente di più bello dei cinesi che giocano a basket. La cosa più bella del mondo, adesso, sono loro.
Su raiuno, inoltre, il concerto per il papa, su canale cinque puppecculi natalia estrada in reggizzinne e giù barzellette su barzellette; si portano via anche la voglia di ridere. Allora noi si va a fare le cose in silenzio, e si smette anche di ridere: perchè qui non si vive come individui nella società civile, qui si vive in guerra, e m'auguro che vincano questi cinesi, popolo spregevole ma silenzioso.
Disciplina e ordine contro i giovani: entrambi secondo una nuova forma, contro le giacchette e le brachine strette, un ordine nuovo è necessario. E' necessario allontanarsi, perchè la battaglia non la si gioca più nei campi aperti; la battaglia è nascosta, perchè non si trova resistenza. C'è, ma non si vede, come i cinesi. Dove sono i cinesi? Ci sono, si vedono, ma non si riconoscono - son tanti, cambiano di continuo, dove lo trovo, io, un cinese, se lo cerco? - e dico non un cinese a caso, proprio lui, quello che cerco. E' possibile che i cinesi, passati cinque anni da un evento tragico si trasformino in nani da circo? Colla barba e tutto, dico: non nani qualunque. C'è a chi è successo. Ci troveremmo allora di fronte a questo esercito di nani invisibili, capaci di scivolare nel sottobosco senza farsi vedere: avidi di more e lamponi costruirebbero enormi civiltà - anche queste invisibili. Mi sentirei allora due volte gabbato: sconfitto in casa non potrei nemmeno andare a vivere con loro, chè soffrirei di terribili mal di schiena, a stare sempre chino con questi nani; il circo poi, manco mi piace.
Così, faccio le bonghe - con anche una certa ritualità: con le gambe secche poi scappo, ma tossisco, caracollo (che è l'anagramma di cartellone), e mi faccio riprendere già lanciato. Vincono i giovani.
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