Introduzione
Oggi ho deciso per rime teppiste
Di dar nuova vita alle brevi storie
Di questi eroi dal destino triste
Grandi figure per certo notorie
Di cui la fama rifulge e persiste
Contro il disprezzo di chi le lor glorie
Di riconoscer per chiare unn'ha il core
Come un baggiano senz'ombra d'onore.
Questi campioni nel dare il dolore
Ch'hanno inventato torture tremende
Son quattro, e seco portano il terrore
Ben fasciati da monture stupende
Come la Morte nel suo bel candore
L'orrida Peste di mille leggende
La Guerra grandiosa e di lei le armi
La Fame mia, che unn'ave risparmi.
Loro son quelli che nei più bei marmi
La man di scultore pianta severa
Mentre il poeta con gli agili carmi
Nel cranio del volgo scrive sincera
La lode eterna, o almeno sì pàrmi:
Lor son Benito dalla giubba nera
Adolfo, Francisco, poi Pinoscè:
Qui li saluto e col cul fo pè pè.
La Guerra - Francisco Paulino Hermenegildo Teódulo Franco y Bahamonde Salgado Pardo
Quando quel giorno di fine ottocento
Nacque Francisco a Ferrol in Galizia
L'aria si fece di ghiaccio un momento,
Gli uomini tutti colpì la mestizia;
Pure le bestie avvertian lo sgomento
Per questo nato che nè l'itterizia
Nè la fame nè il Cristo maledetto
Mandorono a morte ancor fanciulletto.
Il padre ubriaco giaceva sul letto
Mentre la madre pregava il signore
Ai primi strilli del tristo bimbetto
Che negli occhiacci avea il livore
Di chi dell'odio sul trono fu eletto
Per diventare 'l tetro mietitore
Della Spagna e dei suoi deserti chiari
Dei socialisti rivoluzionari.
Già quindicenne fu tra i militari
Specie d'idioti dall'armi mortali
Uno di quelli più validi e rari
Tanto da giungere senza rivali
A trentatre anni avendo per pari
Non colonnelli ma gran generali
Come se fosse destino divino
Per lui la vita gir dentro un fortino.
Schiacciò rivolte senza andar di fino
E fu severo come mai nessuno
Falciò d'Asturia ogni donna e bambino
Senza scordar di punire ciascuno
Dei minatori dal viso piccino
Ch'avean osato d'unirsi in raduno;
Ei tutti quanti li tenne si' a bada,
Ei fu'l terrord'ogni uomo di strada.
Dopodichè sul filo della spada
Fece passar camerati ed amici
Rendendo così la via ben più rada
Verso il potere ed i suoi benefici.
Quindi di uomini co' una masnada
Cento di nuovo ne rese infelici
Grazie ai tedeschi nazisti feroci
E all'Italiani fascisti lor soci
Come salsicce che buchi e poi cuoci
Troppi spagnoli condusse alla morte
Come un'Odisseo furente sui Proci
Mille carcasse lasciando ritorte;
Quindi si prese i figlioli feroci
Di quei bei padri cui segnò la sorte,
Chè con la guerra civile ormai vinta
Presto a ubbidienza la patria è convinta.
Nonostante però che in cifra indistinta
E corpi e speranze per te sian cadute
Con l'armi alla mano e l'anima avvinta
Dall'opere folli ch'avevi compiute
T'è sempre mancata d'ingegno la spinta
Con quella testuccia strette vedute
Sì pregna di Cristo e senza valore
Che credo sì al Fuhrer gran dittatore
Quando mi dice che sette buon'ore
Avrebbe passato più volentieri
Da quello che fa de' denti il dottore
Rispetto a dover d'un Franco i pensieri
Di nuovo incontrare avendo il timore
Di farsi davver com'anche andò ieri
Un cazzo così col Gran Generale,
Sò mà, la Madonna e Gesù maiale.
La Fame - Augusto José Ramón Pinochet Ugarte
Dei quattro senza dubbio il più geniale
Fu Pinochet, uomo elegante e colto:
Il fascino di lui fu senz'uguale
Tra gli uomini ch'avean potere molto.
Con una classe da gran generale
Ha riportato nel Cile sconvolto
Dei suoi bei Rayban di certo lo stile
Non come Allende, straccione incivile.
Lui restaurò del governo le file
Lasciate allo sbando dai comunisti
Col braccio violento e il lustro fucile
Portando una frotta d'economisti
Dritti dagli U.S.A. co'n mano un badile
Col qual le tasche ai cileni tristi
Svuotare di corsa d'ogni vaino
Per togliere il cibo ad ogni bambino
Ad ogni bracciante schiavo del vino
E e ad ogni donna sia pregna che vuota
Mentre da solo lui presso il camino
Fumava cigarri grossissimi a ruota
Tra una boccata di brandy e un uischino
Nel viso a quelli che mangian la mota
Co'un portamento da grande signore
Non come Allende, lui fu dittatore.
Nelle galere ci spense l'ardore
D'ogni ribelle del nuovo regime:
Quando le furono gonfie e a bollore
Pure gli stadi d'umano concime
Li volle aver pieni a tutte le ore
Chiudendoci dentro stando alle stime
Non uno ma proprio un monte di mila
Uomini tutti ammucchiati ed in pila.
Ciononostante ce n'è una trafila
Di poveri Cristi malinformati
Oppure gonfi di troppa tequila
Che credon che Pino un l'abbia ammazzati:
Primo tra tutti fu Papa Voitila
Bega di cui ci siam già liberati
Che verso la fine degli anni ottanta
L'andiede a trovare co'n mano una Fanta
Grande bevanda, non buona ma tanta
Di cui'l dittatore andava goloso
Perciò papa Gionni, Papa che schianta
Accolto da Pino more gioioso,
Lo benediede con tanta acquasanta,
Tanta da rendere ognuno invidioso:
Che sono sicuro un capiti a molti
Pria d'ammazzar e poi d'essere assolti.
la Peste - Benito Amilcare Andrea Mussolini
Io di Benito non credo vi serva
Sentire storie, conoscere gesta
Chè già di per certo in voi si conserva
Soave il ricordo dei giorni di festa
Ch'abbiamo trascorso senza riserva
Sotto i portici, nell'ore di siesta,
Pensando alla patria e ai grandi ideali
Ai miti di Roma sensazionali.
Come foss'oggi ricordo quei tali
Vestiti di scuro, furie ammantate
Che sotto le giubbe portavan pugnali
Mazze e bacchioli per dar bastonate
A' comunisti, che rendere uguali
Volevano tutti, persino il gran Vate
Con la rivolta del popolo bieco
Che alla miseria ci vuol portar seco.
Ho ancora in mente delle grida l'eco
De' fasci gloriosi da'petti ampi
Che dei giudei il popolo bieco
Chiedevan la fine appeso ne' campi
Per le budella, per non fare spreco
D'italica corda, Dio ce ne scampi:
Che sti rabbini dal naso appuntito
Meritan nulla di ciò che è finito.
Egli m'appare nei sogni gradito
Sopra al balcone col braccio disteso
Da cui mi parla col far suo forbito
Le gesta violente e 'l bel guardo acceso
Come una statua di bronzo scolpito
Mentre ricorda al villano indifeso
Ch'è necessario prima di credere
Poi d'obbedire e quindi combattere
E per la patria ch'è da difendere
E per l'onore del popolo nostro
Che per le corna deve ormai prendere
L'orbe terracqueo terribile mostro
Sì che negli astri possa risplendere
Il nome di Roma scritto ad inchiostro
Come una firma del nostro gran Duce
Che come un sole ci dona la luce
Poi ci ho stampato di lui che conduce
In testa i baffetti cortissimi e duri
Quel bello sguardo da uomo assai truce
Quel portamento e quei gesti sicuri.
Ma non ce l'aveva i baffi 'l mio Duce?
Ma non son sue le svastiche su' muri?
Ah, era un'altro? Ma io so una sega,
Pensavo foss'Itle, invece è una bega.
La Morte - Adolph Hitler
Mentre questo nome sotto la penna
Cade dipinto, io ripenso a quel volto
Fiero, deciso, che mai non accenna
A cedere, o ad esser distolto
Dal dover di portar la Gehenna
Tra' mortali, da' quali fu tolto
Come la rosa quando è troppo bianca
Come il Cristo, la cui bellezza stanca.
Così l'animo mio presto si sfianca
Nel ritrarre colui che ha avuto il cuore
D'attraversar risoluto la lanca
Del sentire morale e del dolore
Poichè nulla del mondo ormai m'affranca
Dal patire pel tragico suo albore
Che sulle guance ancora aveva impresso
Dacchè Morte seco lo prese appresso.
Quindi qui, per quanto mi sia concesso
Faccio silenzio, con queste tre strofe
Scritte di fretta, e con cui vi confesso
Il dolore ch'ho per la catastrofe
Dell'aver torto, come Lui, nel consesso
Delle genti tutte che come scrofe
Obliando amano e rinnegano,
Bestemmiano Cristo e poi lo pregano.
Oggi ho deciso per rime teppiste
Di dar nuova vita alle brevi storie
Di questi eroi dal destino triste
Grandi figure per certo notorie
Di cui la fama rifulge e persiste
Contro il disprezzo di chi le lor glorie
Di riconoscer per chiare unn'ha il core
Come un baggiano senz'ombra d'onore.
Questi campioni nel dare il dolore
Ch'hanno inventato torture tremende
Son quattro, e seco portano il terrore
Ben fasciati da monture stupende
Come la Morte nel suo bel candore
L'orrida Peste di mille leggende
La Guerra grandiosa e di lei le armi
La Fame mia, che unn'ave risparmi.
Loro son quelli che nei più bei marmi
La man di scultore pianta severa
Mentre il poeta con gli agili carmi
Nel cranio del volgo scrive sincera
La lode eterna, o almeno sì pàrmi:
Lor son Benito dalla giubba nera
Adolfo, Francisco, poi Pinoscè:
Qui li saluto e col cul fo pè pè.
La Guerra - Francisco Paulino Hermenegildo Teódulo Franco y Bahamonde Salgado Pardo
Quando quel giorno di fine ottocento
Nacque Francisco a Ferrol in Galizia
L'aria si fece di ghiaccio un momento,
Gli uomini tutti colpì la mestizia;
Pure le bestie avvertian lo sgomento
Per questo nato che nè l'itterizia
Nè la fame nè il Cristo maledetto
Mandorono a morte ancor fanciulletto.
Il padre ubriaco giaceva sul letto
Mentre la madre pregava il signore
Ai primi strilli del tristo bimbetto
Che negli occhiacci avea il livore
Di chi dell'odio sul trono fu eletto
Per diventare 'l tetro mietitore
Della Spagna e dei suoi deserti chiari
Dei socialisti rivoluzionari.
Già quindicenne fu tra i militari
Specie d'idioti dall'armi mortali
Uno di quelli più validi e rari
Tanto da giungere senza rivali
A trentatre anni avendo per pari
Non colonnelli ma gran generali
Come se fosse destino divino
Per lui la vita gir dentro un fortino.
Schiacciò rivolte senza andar di fino
E fu severo come mai nessuno
Falciò d'Asturia ogni donna e bambino
Senza scordar di punire ciascuno
Dei minatori dal viso piccino
Ch'avean osato d'unirsi in raduno;
Ei tutti quanti li tenne si' a bada,
Ei fu'l terrord'ogni uomo di strada.
Dopodichè sul filo della spada
Fece passar camerati ed amici
Rendendo così la via ben più rada
Verso il potere ed i suoi benefici.
Quindi di uomini co' una masnada
Cento di nuovo ne rese infelici
Grazie ai tedeschi nazisti feroci
E all'Italiani fascisti lor soci
Come salsicce che buchi e poi cuoci
Troppi spagnoli condusse alla morte
Come un'Odisseo furente sui Proci
Mille carcasse lasciando ritorte;
Quindi si prese i figlioli feroci
Di quei bei padri cui segnò la sorte,
Chè con la guerra civile ormai vinta
Presto a ubbidienza la patria è convinta.
Nonostante però che in cifra indistinta
E corpi e speranze per te sian cadute
Con l'armi alla mano e l'anima avvinta
Dall'opere folli ch'avevi compiute
T'è sempre mancata d'ingegno la spinta
Con quella testuccia strette vedute
Sì pregna di Cristo e senza valore
Che credo sì al Fuhrer gran dittatore
Quando mi dice che sette buon'ore
Avrebbe passato più volentieri
Da quello che fa de' denti il dottore
Rispetto a dover d'un Franco i pensieri
Di nuovo incontrare avendo il timore
Di farsi davver com'anche andò ieri
Un cazzo così col Gran Generale,
Sò mà, la Madonna e Gesù maiale.
La Fame - Augusto José Ramón Pinochet Ugarte
Dei quattro senza dubbio il più geniale
Fu Pinochet, uomo elegante e colto:
Il fascino di lui fu senz'uguale
Tra gli uomini ch'avean potere molto.
Con una classe da gran generale
Ha riportato nel Cile sconvolto
Dei suoi bei Rayban di certo lo stile
Non come Allende, straccione incivile.
Lui restaurò del governo le file
Lasciate allo sbando dai comunisti
Col braccio violento e il lustro fucile
Portando una frotta d'economisti
Dritti dagli U.S.A. co'n mano un badile
Col qual le tasche ai cileni tristi
Svuotare di corsa d'ogni vaino
Per togliere il cibo ad ogni bambino
Ad ogni bracciante schiavo del vino
E e ad ogni donna sia pregna che vuota
Mentre da solo lui presso il camino
Fumava cigarri grossissimi a ruota
Tra una boccata di brandy e un uischino
Nel viso a quelli che mangian la mota
Co'un portamento da grande signore
Non come Allende, lui fu dittatore.
Nelle galere ci spense l'ardore
D'ogni ribelle del nuovo regime:
Quando le furono gonfie e a bollore
Pure gli stadi d'umano concime
Li volle aver pieni a tutte le ore
Chiudendoci dentro stando alle stime
Non uno ma proprio un monte di mila
Uomini tutti ammucchiati ed in pila.
Ciononostante ce n'è una trafila
Di poveri Cristi malinformati
Oppure gonfi di troppa tequila
Che credon che Pino un l'abbia ammazzati:
Primo tra tutti fu Papa Voitila
Bega di cui ci siam già liberati
Che verso la fine degli anni ottanta
L'andiede a trovare co'n mano una Fanta
Grande bevanda, non buona ma tanta
Di cui'l dittatore andava goloso
Perciò papa Gionni, Papa che schianta
Accolto da Pino more gioioso,
Lo benediede con tanta acquasanta,
Tanta da rendere ognuno invidioso:
Che sono sicuro un capiti a molti
Pria d'ammazzar e poi d'essere assolti.
la Peste - Benito Amilcare Andrea Mussolini
Io di Benito non credo vi serva
Sentire storie, conoscere gesta
Chè già di per certo in voi si conserva
Soave il ricordo dei giorni di festa
Ch'abbiamo trascorso senza riserva
Sotto i portici, nell'ore di siesta,
Pensando alla patria e ai grandi ideali
Ai miti di Roma sensazionali.
Come foss'oggi ricordo quei tali
Vestiti di scuro, furie ammantate
Che sotto le giubbe portavan pugnali
Mazze e bacchioli per dar bastonate
A' comunisti, che rendere uguali
Volevano tutti, persino il gran Vate
Con la rivolta del popolo bieco
Che alla miseria ci vuol portar seco.
Ho ancora in mente delle grida l'eco
De' fasci gloriosi da'petti ampi
Che dei giudei il popolo bieco
Chiedevan la fine appeso ne' campi
Per le budella, per non fare spreco
D'italica corda, Dio ce ne scampi:
Che sti rabbini dal naso appuntito
Meritan nulla di ciò che è finito.
Egli m'appare nei sogni gradito
Sopra al balcone col braccio disteso
Da cui mi parla col far suo forbito
Le gesta violente e 'l bel guardo acceso
Come una statua di bronzo scolpito
Mentre ricorda al villano indifeso
Ch'è necessario prima di credere
Poi d'obbedire e quindi combattere
E per la patria ch'è da difendere
E per l'onore del popolo nostro
Che per le corna deve ormai prendere
L'orbe terracqueo terribile mostro
Sì che negli astri possa risplendere
Il nome di Roma scritto ad inchiostro
Come una firma del nostro gran Duce
Che come un sole ci dona la luce
Poi ci ho stampato di lui che conduce
In testa i baffetti cortissimi e duri
Quel bello sguardo da uomo assai truce
Quel portamento e quei gesti sicuri.
Ma non ce l'aveva i baffi 'l mio Duce?
Ma non son sue le svastiche su' muri?
Ah, era un'altro? Ma io so una sega,
Pensavo foss'Itle, invece è una bega.
La Morte - Adolph Hitler
Mentre questo nome sotto la penna
Cade dipinto, io ripenso a quel volto
Fiero, deciso, che mai non accenna
A cedere, o ad esser distolto
Dal dover di portar la Gehenna
Tra' mortali, da' quali fu tolto
Come la rosa quando è troppo bianca
Come il Cristo, la cui bellezza stanca.
Così l'animo mio presto si sfianca
Nel ritrarre colui che ha avuto il cuore
D'attraversar risoluto la lanca
Del sentire morale e del dolore
Poichè nulla del mondo ormai m'affranca
Dal patire pel tragico suo albore
Che sulle guance ancora aveva impresso
Dacchè Morte seco lo prese appresso.
Quindi qui, per quanto mi sia concesso
Faccio silenzio, con queste tre strofe
Scritte di fretta, e con cui vi confesso
Il dolore ch'ho per la catastrofe
Dell'aver torto, come Lui, nel consesso
Delle genti tutte che come scrofe
Obliando amano e rinnegano,
Bestemmiano Cristo e poi lo pregano.
