giovedì, 12 marzo 2009
Sono stato a un dopo-cena delle medie. Delle medie, si! Devo dire - per lavarmi la coscienza, non perchè sia vero - che ho provato a non andarci: ma poi.
Speravo di trovarci qualcuno di rovinato dalla vita; mi sbagliavo. C'eran quelli di Facebook, o insomma, quelli che m'immagino abbian questo Facebook, con tutti i suoi collegamenti e le fotografie. Tutti brutti, zitti, nessuno che si sia azzardato a superare il cosa fai, dove lavori. Alla fine ci siam trovati in cinque, dei dieci e passa che c'erano all'inizio; qualcuno era meno peggiore di quanto ricordassi, una ragazzina studiava filologia moderna e non pareva, perlomeno, cattiva. Chissà. Dei tanti, è l'unica cui auguro del bene (a pensarci, c'era anche una barista che non sapeva farmi da bere; d'una tristezza, ma almeno non si vergognava).
E' chiaro che mi sto sbagliando, e va bene, ma non importa: ho rivisto in questa qualche mio parente, o perlomeno un certo sottofondo che me li ricordava, e per una volta non è stato un male. Ha detto che voleva smettere di lavorare. Poi però non ce l'ha fatta. Chissà se sono i libri a tirar fuori l'umanità, o se le cose vanno viceversa.
Ho provato a proporre un ultimo bere, un ribere: non è valso a nulla. Sicchè me ne torno a casa, mi svesto, metto la camicia sulla gruccia - e ringraziamo il cristo per questa metodica dell'appendere i vestiti: c'è più di quanto si trovi nei sabato sera scialbi dei giorni d'oggi - e finisco qui, con le gambe a metà sotto le coperte, i capelli sciolti come l'angiolini e tutto il resto.
Non è la noia, è il dramma di dover dire le cose; i cinesi, l'imprenditoria, la crisi. Davvero è così? Con questi libri, ci sarebbe da farci una corda ed impiccarsi; o si ricomincia a leggerli a voce alta, perchè qualcuno li ascolti, o si muore. Ma non ascolta nessuno, nessuno s'ascolta; e siam di nuovo qui. Se solo s'avesse il cuore di dire che tutto questo non va bene; ma si torna sui soliti luoghi trafficati, e si finisce col perdersi. Un figlio, la casa, morire. Sempre queste immagini di tre in tre, ancora e ancora. Devo parlare - e presto - con il curatore dei discorsi di Walter Veltroni; viviamo una malattia simile.
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domenica, 08 marzo 2009
Oggi, ch'era la prima bella domenica dell'anno, son andato a mangiar fuori con Illéa; lui se n'ha a male se lo chiami così, ma non capisco poi perchè. E' un nome come un altro, in fondo, magari un po' pornografico: "Illea e le troie svizzere", "Illea s'incula Praga", non c'è che dire. Ma se ne son sentiti comunque di peggio, come presempio Bénia: m'han chiamato così per degli anni, prima di consegnarmi a questo d'adesso, Benjo, anonimo e quasi straniero. Se ci penso, vorrei rinascere Werner, oppure Lùc: ma non Beniamino. Beniamino der Zorn Gottes è proprio improbabile. Sicchè, a non voler far gli stucchi, era meglio "Illea glielo schianta nelle slave": fossi lui non mi lamenterei, ma che ci vuoi fare.
Detto questo, si può tornare alla nostra giratina un po' omosessuale; io m'ero pure tutto rivestito con le brache, la camicia, il trench: uno spettacolo! Magari coi capelli un poco unti, ma uno spettacolo. Abbiam preso la macchina, l'autostrada, poi ci siam fermati a Tavarnuzze, ch'è proprio all'inizio della Firenze-Siena e di tutto il suo gravame di spettacoli naturali. Scesi di macchina il sole stava lassù, alto e bello; a un'osteria cara - ma moderatamente - ci han dato degli affettati buoni, il vino nemmen cattivo e un piatto di pasta che m'ha unto la camicia, ma niente da ridire. Un paio di tavoli dietro il nostro una comitiva di veri romani presi dalla nostalgia parlava a voce alta. C'è toccato d'assistere ad una sempreclassica retrospettiva sugli ultimi vent'anni di storia del club giallorosso: Aldair, poi quello che lo pagarono un monte e alla fine non valeva un cazzo, quello che gli spaccarono una gamba ed era bravissimo e gliela spaccarono proprio perchè era bravo, Totti che non è determinante per la squadra. A capotavola ci avevano un tizio losco, con gli occhiali e la pelata e un giubbotto di pelle addosso. Illea gli ha fatto una foto, di nascosto.
Tra gli antipasti e il primo son passati degli scout; io non li sopporto, e nemmeno l'autista del bus che li doveva caricare l'avrà tenuti tanto cari, per lasciarne mezzi a piedi. Questi, con le loro brachine corte, si son sentiti grandi per un attimo: soli e abbandonati. Dopo dieci minuti di facce smunte son ripartiti a piedi. Ce n'era uno grasso che correva verso il bus, e un romano gli ha urlato "Còri! Ma nun te preoccupà, che l'ultimi saranno i primi!"; io, ho riso. Finito di mangiare, con le porzioni ch'eran anche abbondanti, ci siam portati via la bottiglia dell'acqua che avanzava e con gli occhi da bohemièn ci siamo rimessi al volante - come si rimette l'anima - per un paio di chilometri in più. Siamo arrivati ad un bar, e di fronte c'era un vecchio ciclista che si rimetteva a posto la fava dopo una lunga pedalata; il cinci mencio, le palle sudate: che pensieri tristi! Sicchè ci siam presi un caffè, leandro un dolcetto al cioccolato ed io una torta coi fichi secchi, le noci, la pastafrolla, le mandorle, la crema, tutti interi; nei paesi non si spaventano mica, di fronte al bruciaculo. Illea s'è sentito un po' un cretino, a prendere il solito bignolino al cioccolato, e io mi son sentito di dargli retta: ma è facile confondersi di fronte all'abitudine. Si son fatte due chiacchiere, ha iniziato a tirare un'aria un po' più fresca, siam tornati verso casa. Quando son sceso di macchina Illea m'ha tirato una schicchera sul culo, come a dar conferma del tema della giornata: l'amore degli uomini. Con dieci minuti da perdere mi son messo a fare un giro, e son entrato nella libreria che ho vicino casa; me la ricordavo brutta, ma da quando l'hanno riorganizzata è pure peggio. Dove c'era tutto uno scaffale con gli adelphi ci hanno messo la narrativa con la copertina rigida, qualche best-seller, le agendine; son uscito senza prender nulla. Ho fatto due passi, ma tirava vento e m'è preso uno strizzone, così son tornato a casa.
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lunedì, 19 gennaio 2009
Durante le lezioni d'inglese sono spesso costretto a far chiacchiere. Gli argomenti da affrontare, per via del vocabolario ristretto dei miei alunni, son pochi, e spesso si ripetono; tuttavia, il ripetersi incessante di formule, espressioni, gesti e calembour trasforma il corso della lezione in un complesso cerimoniale, quasi fosse l'esecuzione di un brano musicale o d'una piece di teatro. Tutto, perchè funzioni, dev'esser portato avanti senza mai cedere il fianco alla debolezza; l'affanno dev' essere nascosto, così come i sintomi della più naturale stanchezza. Quanto può mostrarsi è tuttalpiù la sintesi teatrale di questi sentimenti; questa sarà funzionale all'architettura dell' esposizione, o dell'interrogazione, fatta d'alti e bassi. La cura inistita del tono di voce, la scelta di definizioni sempre più stringenti si fa cruciale, quando non si vuol lasciare che la vastità delle lezioni e dei caratteri ci sovrasti; di fronte agli spettatori si cessa d'essere uomini, per farsi burattinai di se stessi.
Un auditorio vasto aiuta, non c'è dubbio; si posson suonare corde differenti, lasciar cadere uno stile in favore di un altro, mescolare il riso con la severità e così via, di questo passo. Inoltre, i volti degli alunni si fanno indifferenti; tutto scorre, purchè si sia pronti e ben piantati sul battere del tempo. Il mestiere si complica quando l'alunna è una, giovane e bella; tutto si gioca nei primi incontri: è necessario dominare la propria volontà - cessare di vivere, per un'ora o poco più - e tornare al proprio posto di burattinaio. Tentare soluzioni di mezzo è quanto di più ridicolo; si tratterebbe di uno spettacolo mal recitato, del quale restasse difficile cogliere la precisa realtà dell' elemento di ridicolo: gli attori, la regia, o la sceneggiatura stessa.
Sicchè, anche nelle chiacchiere affiora il luogo cruciale dell'emergere della potenza; la ripetizione. Solo a partire da essa originano distanza e dimenticanza; ripetizione e rappresentazione si muovono secondo lo stesso passo, segnando il cammino mortale del potere sulla via della conoscenza. Questo sterrato riottoso a calcarsi è il sentiero del rischio, sul quale ogni ripetizione segna una differenza: chi lo ha percorso non sa dire dove porti, di che colore sia la luce che lo sferza d'estate, quante piogge l'abbian lavato e quante volte si sia riarso. La vita condannata alla routine, alla ripetizione indifferente, richiama per contro alla sicurezza delle nostre autostrade, coi loro pedaggi in costante rialzo; vanno percorse con grande attenzione. Chi si dovesse distrarre, e vedere nelle gallerie le ferite della terra massacrata mentre intorno scorrevano i filari, è condannato a morire, portando con sè uno stuolo di vittime innocenti.
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domenica, 18 gennaio 2009
Henry Miller. Di fronte alle piccinerie di cui s'articola la vita del giorno d'oggi - piccinerie, e non piccolezze: non siam qui a biascicare d'un estetica delle piccole cose, che lasciamo volentieri alle poetesse in erba - son poche le vie ch'è possibile percorrere. L'accettazione, che in quanto accettazione dell'inaccettabile non è altro che dimenticanza forzata, oppure il distacco. Della prima è inutile parlare; nessuno vuole riconoscerla come propria, chè tutti oggi si sentono vivi al massimo grado: il male sta FUORI, dicono. Il distacco, d'altra parte, quando sia genuino - ovvero quando sorga dalla effettiva coscienza di una distanza irrecuperabile, quando non sia frutto di una scelta ma della percezione di una verità tanto carnale quanto spirituale - porta diretto all' isolamento ed alla disperazione; dubbio e disperazione, si sa, vivono della stessa sostanza. Così la distanza conduce alla necessità di una schizofrenia, ovvero di una duplicità - pena l'esclusione assoluta dal regno dei morti; questa tuttavia può esser sostenibile esclusivamente di fronte alla prospettiva di un cambiamento: la disposizione teatrale alla quotidianità di chi decida di farsi scivolare addosso le giornate come l'acque di scarico della carneficina perpetua può sopravvivere soltanto quando sia percepita come un verdetto del tribunale dell'esistenza, come momento determinato ed in quanto tale superabile, prezzo da pagare piuttosto che vita in sè. La promessa di felicità dipinta nei paesaggi immaginari dei mondi lontani, dove la vita rifiuta d'esser codificata, porta sollievo alle teste stanche ed ai muscoli avvizziti, alla pelle giallastra ed agli occhi lucidi di chi vuol tagliare i ponti con se stesso. Come il barone di münchausen vogliamo tirarci fuori dall'acqua per il codino, e presi dallo sforzo portiamo avanti sempre identiche le nostre esistenze scialbe; finchè, un giorno, lasceremo cadere il corpo morto dei nostri falsi ricordi dentro il lago, per scoprirci nudi e rosi dal sale sulla riva assolata della civiltà.
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giovedì, 15 gennaio 2009
Tu non hai capito niente, diceva Tenco. E non ho capito niente nemmeno io del gusto di queste giornate. Mi piace leggere, come mi piace in fondo far tutto, finchè non mi viene a noia; il che cosa è indifferente: potrei star qui a pestar gramigne, a friggere pescetti, sarebbe la medesima giornata d'adesso. Se andassi, invece che a lavoro - tra poco - a far due passi, con questo vento che tira delle sferze che paion colpi di fucile, farebbe lo stesso; lasciassi sola un classe di venti disperati, magari farebbero amicizia, chessò. Sarebbe pur sempre meglio che non riuscire, come poi sarà anche questa sera, ad imparare due forme di passato oppure, come si dice cotrone in inglese. Coat, cappotto, cotrone. Tempo perso, per davvero; e nemmeno il piacere d'imparare. Li vedi lì, che sudano, picchiano, ripicchiano, ma niente; gli par d'essere in lotta, loro e gli inglesi: imparare le lingue, come fare i viaggi in africa, oggi allontana i popoli. E se ne vengon fuori, con la voce autorevole di chi s'è diplomato alle ragionerie, con la grammatica che non serve a niente: voglion parlare, parlare, parlare. Gli dai spago, poi, e stanno zitti. Non ci hanno niente da dire. Sicchè, mi vien da pensare, voglion imparare una lingua perchè sperano finalmente di farsi venire un'idea. Non sono loro ad esser vuoti, è l'italiano che li gambizza: troppo difficile.
Ma a farmi rabbia, in fondo, son io: che continuo a dir loro che tutto questo incaponirsi, questi present perfect, tutte queste cose hanno un senso, un buon motivo per esser studiate. E lo faccio solo perchè mi danno dei soldi, mica perchè ci creda io, a quest'umanità di rincoglioniti. Non cambiano! Ormai non cambiano! Non posso mica far bene a cento, duecento persone, siamo sinceri: al massimo a due o tre, e al prezzo della vita. Prezzo che, a undici euro l'ora, non parrebbe nemmeno proibitivo; ma questo è un altro affare.
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mercoledì, 14 gennaio 2009
Come son brutte le fotografie che si trovano sull'internet! Ci son le ragazzine con le gote strette e il fiato tirato per sembrare più secche, i fresconi con gli occhiali da sole anche di notte e, inarrestabili, i terribili micini strizzati. Seguono le donne gnude con la pretesa dell'arte, le cene di classe ed i fotomontaggi.
Io mi ricordo che quand'ero piccolo, per adoperare una macchina fotografica, bisognava esser capaci; veniva operata così una selezione naturale che, grazie anche al prezzo della pellicola ed alla presunta fragilità degli apparecchi, assolveva al compito di proteggere il mondo dall' estetica sottosviluppata di certi - scusate il termine - mongoloidi. Inoltre, le fotografie - brutte - scattate dai nostri appassionati fotoamatori, che magari avevano in casa qualche rivista specializzata, avevano il che dell' esoterico, e rimanevano chiuse dentro pesanti album nascosti al fondo degli armadi di famiglia. Per vederle, insomma, ce ne voleva. A far male agli occhi dello spettatore indesiderato rimanevano soltanto le foto appese qui e là, nelle case o negli uffici, da commercianti egocentrici e mamme innamorate; si pativa anche allora, si, ma bastava poco per sfuggire a quei marmocchi motosi ed alle foto dei matrimoni. Inoltre, l'estetica comune non era piagata da queste, ma eran queste, semmai, la manifestazione desolante dell' estetica dei loro responsabili. Oggi invece le foto le fanno tutti; con le schede di memoria sofisticatissime che girano di questi tempi, poi, ne fanno a milioni, fino a che non ne trovano una dove gli pare d'esser venuti bellini - responsabile un qualche colpo di luce, un effetto prospettico. Io le proibirei, queste fotografie; al massimo una ogni tanto, dei ritratti di famiglia, la foto dell'amata da tenere nel taschino. Tutti questi scatti, queste pose, ci hanno levato la forza delle immagini, per farne la nostra debolezza: con le teste di legno che ci ritroviamo, abbiam pensato all'immagine come all'immediato, al fruibile, a quanto di più comune e semplice vi sia al mondo. Così abbiamo preso i cadaveri dei grandi pittori, l'abbiamo riempiti di merda e l'abbiamo fatti esplodere; per festeggiare, i brandelli sudici di questi corpi morti l'abbiamo sostituiti - chè tanto, non fa differenza - ai nostri album di famiglia, e anno dopo anno, con l'aumentare vertiginoso del numero dei pixel portiamo avanti il nostro progetto metafisico, la sostituzione del mondo con la sua copia.
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martedì, 13 gennaio 2009
Tra un paio d'ore e mezza bisogna che sia a lavoro; sempre le solite lezioni, una dietro l'altra. Non è che mi dispiaccia insegnare l'inglese, anzi: a volte ci son anche degli alunni capaci, qualcuno che pare aver voglia d'andare al di là del sapersela cavare, della semplificazione estrema, e non nego che questi qualche soddisfazione me la diano. Certi son pure di buona compagnia, e li ricordo con affetto. Ciò non toglie però il fatto che andar lì, in quelle stanze gelide a ripetere forme su forme, sia una completa perdita di tempo, un impiego strettamente conservativo, un rifugio per disagiati - da una parte e dall'altra. Coi soldi delle lezioni ci campano in diversi, tra gli insegnanti e le segretarie, seppur nell'indigenza, e con le lezioni son tanti gli ignoranti - per cui l'inglese non significa nulla, se non un pallino su di un curriculum o la possibilità di abbordare due straniere - che tornano a casa soddisfatti dei propri sforzi, e convinti d'aver fatto quanto basta. Io, con tutti i miei verbi ausiliari, e loro, che uno dopo l'altro biascicano tre parole malmesse, ci contentiamo dello stato delle cose, e non muoviamo un passo in avanti che sia uno. Così mi pare proprio di buttare via il tempo: questi uomini e donne, superata la quarantina, non hanno niente di meglio da fare che passare le sere a far finta di studiare, a spilluzzicare tra nozioni del tutto estranee? Non farebbero meglio a farsi un orto, a passare del tempo con quei disgraziati dei loro figlioli, che hanno comunque già perso al fascino dei vari rambo e ronaldinho? Io non so cosa li spinga, se non una certa confusione, un desiderio - imposto dall' esterno - di migliorarsi. Ma che vi migliorate a fare, che non sapete distinguere il bello dal brutto, e prendete tutto quanto come una medicina da sorbirsi col naso tappato finchè morte non ci separi? Quei soldi delle lezioni dateli a me, e lasciate che sia io a decidere come spenderli e cosa farci, che le idee le ho chiare; sarebbe meglio per entrambi, ed i vostri figli ringrazierebbero. Quei figli che poi mi mandate a frotte a prender ripetizioni, come fossero macchine da riparare; e che non hanno voglia se non di televisione, di urlare, di dire che a tale gli puzza il culo e che a talaltro, di più. Ma non è colpa loro, son piccini ed hanno paura; presi uno alla volta chiedon soltanto un po' d'affetto, e qualcuno che li levi dalla noia in cui inevitabilmente si sentono ingabbiati: tuttavia, in quell'ora la settimana - che i loro vecchi sperano sia sufficiente a farli diventare dei shakespeare alla moda - devo continuare anch'io quest'opera di indurimento, annoiandoli fino alla morte. Quand'anche questi domandino di più, dell'inglese - un po' d'ascolto, un consiglio - questo non gli si può dare, non c'è tempo; così crescono, e si vedon rassegnati. Finchè un bel giorno, a quarant'anni, li chiama una voce dall'infanzia, la voglia di far tutto, d'imparare tutto; dopo che la vita s'è mostrata loro così scialba e ripetitiva, affiora di nuovo il desiderio di un oltre: ma l'unica lezione rimasta da imparare è che, ormai, s'è fatto tardi.
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lunedì, 12 gennaio 2009
Penso spesso a dove potrei passare l'anno che verrà. La germania, la russia, il portogallo: son tutti posti fantastici, finchè me li figuro. Gli abitanti silenziosi del portogallo che girano per le strade d'inverno hanno tutti il viso segnato da una malinconia segreta che viene direttamente dalle campagne secche dell'entroterra; i russi, tutti chiusi nei loro cappotti di pelliccia, coi baffi lunghi e la barba impregnata di kvas e zuppa di cavoli; i tedeschi, seduti a bere birra e a discutere di Schiller, Goethe e compagnia bella. Mi vengono in mente i racconti didattici dei libri di lingua, le descrizioni da depliant turistico di mezzo secolo fa; così non penso agli agglomerati urbani su misura, alle case tutte uguali ed ai "megastore" che salgono fino al cielo carichi di dischi, libri e tutte le altre offerte sacrificali che ne fanno, oggi, nient'altro che grandiosi templi della solitudine urbana.
M'immagino le giornate passate da solo a guardare la città; il cielo, gli stranieri, la calma. Passerei ore a scrivere, mi dico, imparerei di nuovo ad aver cura. Tuttavia so pure che laggiù, nelle terre lontane, non si fugge ormai da tanto tempo; tutto quanto non sia lavoro e ripetizione è routine, vacanza; il mio immaginario, un'oleografia dalle tinte dolciastre, la memoria d'una cartolina. Diventa perciò necessario sperare di vivere una genuina infelicità per fare, in qualche modo, l'esperienza dell'estraneazione; sarà necessario escogitare qualcosa, inventarsi una privazione, mettersi i bastoni tra le ruote per poter sopravvivere alla normalità del totalmente altro, dell'indifferente. Chissà se così, da qualche parte - tra i volti europei e le espressioni televisive dei giovani d'oggi - compariranno per le strade quei cenciosi, quegli individui fuori dal tempo con lo sguardo distante che mi figuro fantasticando prima di dormire. Io me l'auguro, anche se in fondo si tratta d'una speranza anestetica, che s'esaurisce nei sogni; la vita delle nazioni non si rispecchia nelle tinte tenui dell'immaginazione di chi cerca rifugio, si ribella e ci lascia spaesati. Perciò, col passare del tempo, saremo costretti a guardare sempre più lontano, fino alle stelle.
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venerdì, 09 gennaio 2009
La domenica pomeriggio si potrebbe andare tutti a ballare, invece di vedere la partita della fiorentina. La viola è una squadra che fa soffrire: anche se gioca bene magari arriva Mario Maccarone e zacchete! uno a zero all'Artemio Franchi di Siena. Si starebbe meglio in discoteca coi divani tigrati a bere un invisibile, ne son convinto. Prima di tutto sarebbe una variazione sul tema, che in discoteca non ci son mica mai stato; seconda di poi ci si potrebbe disfare così dei postumi del sabato sera speso a beveroni, da bravi imbriachi che non siamo altro. Inoltre, si conoscerebbe una quantità di gente tutta uguale, il che sarebbe tranquillizzante; tutte le domeniche una compagnia sicura, nemmeno la fatica di scegliersi un vocabolario per l'occasione. Sempre lo stesso, sempre gli stessi discorsi; la monotonia, che gran cosa! Che cosa ragionevole!
Invece va a finire che si torna al circolino di santa lucia; caffè, mezza grappa riserva - una intera è troppo, mi lascia la golaccia - e un paio d'ore di buio con Santana che tutte le volte che tocca palla si piglia di stronzo. Gol di Gilardino, risultato finale senza mezze misure; tripudio o disastro. A sentire i discorsi dei circoli sembra che perdere una partita col Chievo voglia dire retrocessione sicura, e che retrocessione voglia dire essere obbligati per l'anno venturo a passare le domeniche in famiglia, a fare le scampagnate primaverili con le strade supertrafficate, a vedere di quella televisione che par fatta a bella posta per chi ha mangiato troppo e vuole soltanto dormire.
Ma nei circoli ci son dei vecchi che valgon tutto questo sagrifizio: il mio preferito è quello che urla "Tira!" quando proprio non c'è verso, chè ci son trenta metri e quattro avversari tra l'uomo e la porta; che gliene frega a quel vecchio li' se si vince o si perde, delle tabelle degli infortuni o dei terzini che non ritornano. Lui vuol vedere il sovrannaturale, s'aspetta di tornare a casa con un evento: se poi tirano davvero - senza mai far gol, sia chiaro - se la piglia, e gli urla "Brodo! Sei un brodo!". Averlo in casa, questo vecchio, chissà che noia che dev' essere; ma nelle stanze buie del circolino arci, figurano meglio anche gli stronzi.
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giovedì, 08 gennaio 2009
Se l'esperienza è l'alternativa alla miseria della fantasia, io mi ritrovo con le mani legate e un brutto autoritratto. Tutte queste considerazioni sul reale, sulla miseria della cultura, non son mica il frutto di un ragionamento, di una fatica dell'intelletto; m'accorgo, a rileggerle, che queste sono niente più che le mie giornate passate in una camera piccina. Come faccio, io, a raccontare di viaggi, d'avventure, tra queste pareti male illuminate? Quanto di brutto leggo nei meccanismi del mondo è, al fondo, quanto effettivamente c'è di mio in questo: le categorie dei concetti, le spiegazioni tirate per le orecchie, tutte le immaginucce criptomessianiche che mi par di snocciolare come un interprete dei giorni moderni non son altro che l'ideologia d'un disgraziato. Sicchè vien da capire come mai tutto quest'astio per chi manifesti un qualche interesse, per chi le metta in discussione: sono fatti miei, tutte queste ciarle, e l'unico modo per allontanarle è farne la tappezzeria del mondo che sta fuori; ma a questo, per quanto è sano e trafficato, proprio non gli importa delle lamentazioni, come non gl'importa più degli spiritosi calembour, del buon clichè. Sicchè son cose da malati, e a me i malati m'hanno sempre fatto schifo. Non sono mica un uomo buono, un paladino; ci ho sempre il pensiero, come una rondella che gira, e gira, e gira, di trarne qualcosa, d'imparare, di metter su un qualche guadagno dello spirito; di prender distanza insomma. E giù, a furia di distanze si fanno i viaggi nel deserto: tutto questo - come nella migliore tradizione dei pigri e degli indolenti - senza muovere un dito. Ma che fatica! Che sforzi! Va a finire che un giorno avrò il coraggio di chiedere la pensione per l'invalidità, reduce di guerra immaginario. Nel lavoro d'interpretazione nulla rimane se non l'interprete col suo racconto; questo non svela il particolare a partire dall'universale, come voleva Feuerbach per la filosofia. E' piuttosto il contrario, chè la filosofia non esiste: l'universale continua ad emergere dai frammenti delle giornate indistinguibili, ed il pensiero non è altro che un testamento.
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martedì, 06 gennaio 2009
Ancora sulla fantasia. Per raccontare, la storia c'insegna che esiston due modelli fondamentali: il primo, e più comune, doveva esser l'esperienza, per cui gli Allan Poe e gli Hemingway ci raccontavano di navi, gorghi, guerre e cacce grosse; il secondo, la fantasia, con tutto il novero di creature infernali da essa scaturite: il serpente dell' eterno ritorno, i popoli selvaggi, gli esserini buffi ed i pastori erranti, riflessi meravigliosi delle ombre d'una camera tenuta sveglia a lume di candela.
Oggi sappiamo bene come il neo-iper-realismo ci abbia dato Mery per sempre, mentre il fantastico è stato preso d'assedio da orde di piccoli maghi e vampiri con l'ombretto (senza neppure prendere in considerazione le bestie divoratrici ed i poveri alieni, che paiono uscire da un catalogo d'automobili con cilindrata, velocità, rifiniture e tutto il resto): entrambi, tuttavia, rimangono legati da un filo rosso, la mancanza di pietà ch'è tipica dell' esaltazione del presente e del giusto. Lo schema che viene a ripetersi nella narrazione è dunque quello della pratica quotidiana; l'esperienza, predetta e necessitosa d'essere introdotta negli schemi del già digerito per non turbare gli animi scossi dal frastuono delle bombe e dei motori, diviene conferma del modello vincente, mentre la fantasia - sottratta alla solitudine ed al sogno, che viene interpretato, analizzato, rivoltato come un calzino fino a svelare ogni volta il solito bisogno d'essere amati, cui la dinamica sociale risponde col messaggio televisivo "Adeguatevi!" - si trasforma nella proiezione del desiderio in un altro mondo, totalmente altro da questo e perciò assolutamente identico ad esso; il burocrate diviene la testa dell' idra, il piagnone miracolosamente l'eroe e l'idraulico nerboruto il cavaliere nero: così ciascuno ha il suo posto, e tutto può rimanere, anche in sogno, tale e quale a quello che è, mentre la storia si ripete grazie alla semplicità dei meccanismi dell'identificazione. Questo è il destino triste della fantasia ridotta a luogo dello svago: l'arma usata dai grandi disperati che nel frusciare sommesso dei rami scorgevano lo spettro della solitudine vagando sulle ali dell' incubo alla ricerca di un qualcosa d'altro rispetto al verdetto del mondo contro di loro, quest'arma s'è fatta specchio del vuoto d'esperienza che accompagna le nostre giornate pseudolavorative. In essa, nient'altro che la grama consolazione che, ovunque ci si trovi, è così che deve andare: che - per quanto strette siano le maglie del reale - si può sempre fuggire, trasferirsi, migrare. Ma chi le vuole abitare, ormai, queste riserve per gli sconfitti? I film sugli indiani li abbiamo visti tutti, e tutti sappiamo, ormai, come ad aspettarci rimangano soltanto dello whisky di contrabbando ed inarrestabile, la malattia.
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martedì, 06 gennaio 2009
Storie tristi per giovani moderni: con tutti questi titoli generici e intestazioni fantastiche è inevitabile allontanarsi dalla materia prima del reale; perciò risulta impossibile costruire alcunchè. Tutto, come pratica allontanata dalla vita, si fa esercizio: il momento del piacere viene continuamente rimandato ad un aldilà cui in pochi, oggi, continuano a credere. In questo modo continua la scissione tra reale e fantastico; entrambi seguitano a vivere come rappresentazioni, e la vita cessa di essere vita del soggetto per farsi vita spettacolare, telenovela, sintesi statistica; il modello dell'esistenza è deformato secondo le linee della produzione - prima - e del videogame, ora. Lo stesso scrivere continua questo percorso di separazione, e non fa meraviglia il carattere eccentrico di tanti letterati - che è poi un modo affezionato per dire che son tutti matti da legare - inetti a vivere, imbecilli. Vien da chiedersi se sia la vita odierna ad aver perso la propria credibilità - dacchè sappiam tutti come non sia altro, questo, che un noioso gioco delle maschere - oppure se noi, come soggetti di questa vita, si sia divenuti degli inetti, dei disgraziati. Non c'è la pretesa, in questa distinzione, di dare un quadro esauriente della realtà a venire, di proiettare innanzi alle nostre menti l' immagine di un futuro macchinale e ripetitivo più di quanto non lo sia già il presente, quanto il bisogno di tracciare una radiografia del momento che possa permetterci di riconoscere qualcosa di quel noi stessi che ci appare soltanto come un' ombra lunga sull'asfalto. E così ci si ripete, in ritratti, radiografie, riprese e raffigurazioni: si porta innanzi questo processo di allontanamento, ch'è ciclico, nella speranza di logorare un giorno il concetto stesso d'immagine, e d'imparare a farsi beffe della rappresentazione in quanto tale: quando l'immagine della nostra epoca diverrà nulla - piuttosto che il nulla, il bel nulla figurato della morte quotidiana - e con essa anche la spettrografia di noi stessi e dei nostri organi, solo allora potremo sperare nuovamente in una resurrezione dei corpi, in una espressione della vita sottratta al dominio della copia.
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domenica, 04 gennaio 2009
Il musicista d'orchestra non lo vuol più fare nessuno; c'è il rock 'n roll, e quello lo possiamo biascicare come ci piace, che intanto va tutto bene. I musicisti classici poi son tutti degli squilibrati, si sa, e ce n'è venuto tanto in salute a non ascoltare mahler.
C'è scritto, sul retro di una copertina di un disco diretto da Furtwängler, che sulla qualità tecnica delle registrazioni deve sempre prevalere il significato documentario delle stesse, di eccezionale valore artistico e storico. Intendiamoci bene, è proprio un discaccio d'una collana numerata, che viene da un mercatino polveroso - e lo dico dal punto di vista chi la vorrebbe veder morta una volta e per tutte, quest'estetica new age dell' oggetto magico - però, con la storia che perde la propria aura, questa scritta m'è parsa tanto bella da dover esser ricordata; e con essa l'omino pelato, tondo e con gli occhiali che con grande cura s'è occupato di quest'edizione da due lire, e che per anni è tornato a casa nella solita casa scialba, con il tavolo in fòrmica, la tivù in bianco e nero e una di quelle lampade a muro che si vedevan dappertutto negli anni settanta, ovunque avesse avuto modo d'infiltrarsi il cattivo gusto della produzione di massa.
Ma quando uno vede quegli occhi piccini dell' impiegato, quegli occhi - han detto bene certi - di scarafaggio, e le manine, la camicia a quadretti e la pelle verdognola, come fa, mi chiedo io, a dare tutto per scontato? Come si fa, nei propri eccessi, nelle maniere sovrumane, nel coraggio di fare come tutti quanti, a non leggere il lavoro di quell'uomo dal sudore dolciastro? L'abbiam lasciato là, solo, in pasto alla chiesa, alla ripetizione di tutti i santi giorni, alla paura d'ammazzarsi, con la scusa ch'è tutta una lotta: ma chi si salva è perduto! Chi s'è fermato ci guarda da lontano e, come i pinguini suicidi al polo sud, parte verso le montagne, dove si son ritirate in attesa le sirene partigiane.
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domenica, 04 gennaio 2009
Nelle discipline c'è sempre, come nei tuffi e nei salti, una serie d'obbligatori seguita da un' altra serie, i liberi. La disciplina può andare avanti comunque, solo con questi o quest'altri: può cambiar forma, nome, ma tant'è, sopravvive. Sicchè, si sentiva dire, tanto vale limitare le fatiche, chè ce lo possiam permettere: i giorni feriali gli obbligatori, per le feste i liberi. Il fatto è che, mi raccontava un grande tuffatore tedesco, da quando i liberi li hanno relegati al fine settimana, son diventati anche quelli degli obbligatori; ci son associazioni di tuffatori che hanno per questo motivo stilato una lunga lista di liberi obbligatori, ognuno coi suoi coefficienti di difficoltà e combinazioni consigliate; di lì a compilare una classifica internazionale dei tuffatori per punteggio il passo è stato breve, e si vocifera che dall'anno prossimo le gare si svilupperanno secondo una categoria singola, quella - appunto - dei liberi obbligatori, feriali o festivi che siano. Mi diceva questo mio amico tuffatore che visto l'atteggiamento preso dall' ANTI - associazione nazionale tuffatori indipendenti - lui ci aveva in mente di iniziare a fare un lavoro diverso, il carpentiere, ad esempio, o il calzolaio; non era molto sicuro, però, e mi diceva - un po' giù di corda - che dopo aver visto i cataloghi dei prodotti, le liste delle licenze, i papiri delle assicurazioni, forse era meglio qualcos'altro. Io gli ho detto di provare a non pensarci, ed a continuare a tuffarsi nonostante le restrizioni e le ultime tendenze; le cose sarebbero cambiate, e nessuno l'avrebbe potuto strappare a se stesso. Lui però m'ha guardato un attimo e m'ha detto che non era vero; poi s'è alzato ed è tornato sui blocchi.
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sabato, 03 gennaio 2009
This is a public service announcement, with guitar: mi tremano le mani! Col sonno che ci ho di questi giorni, è chiaro poi che mi tremino pure di più: col sonno vien freddo, col freddo i brividi, è un circolo vizioso. Chi lo sa, che succede, se vado avanti per questa strada di tremori: magari un giorno mi trovo alle televisione col cerone nero a fare l'imitazione di mohammed ali in un rematch contro un frazier di papiemascè e una kinshasa accuratamente riprodotta negli studi di milano due a furia di denari ed effetti speciali. Chissà se le palme possono sopravviverci, in lombardia: ormai ci sono i negri finlandesi, figuriamoci se non c'è modo, le palme, con qualche dollaro in più. Se non finisco alla televisione come le scimmie ammaestrate, con sto tremore naturale che mi ritrovo, io che faccio? Nemmeno posso andare a fare i lavori di precisione, come spinoza che fabbricava le lenti: il chirurgo, lo specialista in caldaie, il cameriere nelle sale da tè con le porcellane preziosissime son tutti lavori per cui son tagliato fuori in automatico. Mi toccherà di fare dei lavori grossi allora, ma io son cagionevole, son proprio poco predisposto a queste cose come il piramidista o il domatore di elefanti. Il marinaio poi, che sarebbe un bel lavoro, non esiste più: le navi son dei mostri d'acciaio, e quell'altre, più piccine, son ormai articoli di lusso per coppie di vecchi abbronzatissimi. Poi ci ho sempre mal di gola, morirei giovane; come se non bastasse, andare siam andati dappertutto, e i viaggi son soltanto gran questioni di routine.
Che poi lo so, non è proprio tutto un mondo così tremendo. Dico così, per dire: per darne un quadro che perlomeno abbia qualcosa d'impossibile, che valga ancora da sfida contro le battaglie programmate tra prodotti interni lordi, belle che decise dalle forze gigantesche di chissà cosa. Magari non è vero che in brasile la gente muore ancora di fame, che quello s'è provato ad ammazzare a 50 anni e nemmeno gli è riuscito, e tutte queste notizie da rovinaminestre che c'insegna la storia partigiana: se uno ci pensa, Lothar Matthaeus s'è sposato per la quarta volta, e anche questa volta una discreta vacca di modella. Sicchè questo pensiero inarrestabile per cui nonostante ogni successo il grosso dei nostri giorni dev'essere, al fondo, una tragedia, non vuol essere pessimistico: si fa per ruzzare, per noia, per amore di fantozzi.
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