mercoledì, 09 aprile 2008
C'era una volta un omino che abitava in un paesino, e che aveva una voglia matta di pere. Siccome non era stagione, però, non poteva comprarne di buone dall'ortolano, che era nazionalista e non comprava d'importazione, sicchè ogni mattina si svegliava sempre più infelice; passavano i giorni, uno dietro l'altro, e lui era lì che pensava a queste pere, di tutti i tipi. Spadone, Williams, Coscia: una valeva l'altra, purchè fossero buone. Ma la stagione tardava ad arrivare, e l'ortolano non si lasciava convincere. Così il nostro omino prese la corriera - perchè la macchina non ce l'aveva - e andò in città, per vedere se lì, queste pere, le trovava.
E come ci rimase quando arrivò in città! Di negozi di pere nemmeno l'ombra, ma quante bambine: tante, e tutte rivestite nemmeno fosse capodanno! Le gonnelline, i maglioni di lana delle pubblicità; e sotto, chissà che pere! Così fantasticava d'avventure, il nostro omino, girellando per le strade coi negozi, i bar e gli aperitivi. Approfittando del sole, si sedette sul bordo d'una fontana per dare un occhio a tutto quel ben d'iddio; passata una mezz'ora buona tirò fuori il portamonete, e si mise a contare quanti soldi gli rimanevano: dieci, venti, trentamila seicento lire. Magari i fruttivendoli erano da un'altra parte, magari con un taxi c'era verso arrivarci, pensava. Ma proprio mentre stava lì a far conti, gli s'avvicinò un tale sdentato, con la faccia torta e le brache lise, per chiedergli due soldi:
"Ma per farci cosa?" Chiese l'omino?
"No, nulla, è che, insomma, le pere, sai" Disse il disgraziato.
"Ah! Le pere! ma lo sai che anche io... si potrebbe andare insieme, a prenderle, così riprendo la corriera e sono anche a casa per cena!"
Il disgraziato allora gli fece cenno di seguirlo, e il nostro omino si ritrovò in vicolo un buio, nel mezzo alla spazzatura più fonda, con quell'altro che faceva dei versi con la bocca, come quelli che si fanno per chiamare i cani, o forse i gatti.
"Che fruttivendoli strani che ci sono in città!" Disse tra sè e sè l'omino: proprio allora spuntò un tale con la faccia da mascalzone, scura. S'avvicinò tutto serio al disgraziato, che gli diede le trentamilalire dell'omino: in cambio, due bustine di stagnola, ma niente pere. L'omino non fece a tempo a capire cosa stava succedendo che già se ne stava lì da solo, nel vicolo. Allora provò anche lui a fare due versi, tipo "Miao! Meaaaaaow! Tsh! Tssshh!", ma nulla di nulla.
Alla fine dei conti gli rimanevano seicento lire, il biglietto del treno, e tutta una voglia di pere che non ve la saprei proprio spiegare; così, scoraggiato, si decise ad andare alla fermata della corriera, per tornare al suo paesino. Mentre aspettava d'andarsene si guardò un' ultima volta intorno, e vedendosi circondato da tante belle bambine, si disse che magari una pera valeva l'altra. Senza malizia allungò una mano verso una ragazzotta bionda e popputa: non l'avesse mai fatto! Gli diedero quindici anni, e passò il resto dei suoi giorni in gabbia; una volta ci incontrò anche un tizio che era tale e quale al disgraziato, ma quello non gli rese le sue trentamilalire.
La morale di questa storia è che le pere sono roba da ragazzi.
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domenica, 06 aprile 2008
Oggi siamo andati alla sagra della lepre a Le Palaie, vicino Pelago: era tutto buono, e ho anche spilluzzicato i piatti degli altri che, un po' ingrati ma di buon cuore, lascian lì questo o quel pezzo d'umido grasso. Dopo, al circolo Arci Le Palaie, tra i manifesti di Veltroni e una cucina piccola in miniatura, mi son mangiato un gelato e ho preso il caffè; gli omìni guardavano la formula uno, ma noi no: si sfogliava qualche giornale e si decideva del futuro più prossimo. Così, con ancora un po' di fame, siamo andati a stenderci su un prato, che stava per le strade sopra Pelago; la macchina lasciata in curva e nessun altro intorno, siamo rimasti stesi per un'oretta, forse. Poi è passata un' automobile che, tutta da sola, s'è schiantata e capovolta a dieci metri dalla nostra. Il conducente non s'era fatto nulla, e noi guardavamo tutto da una cinquantina di metri, mentre la gente - chissà poi da dove - accorreva. Passati dieci minuti e un po' abbattuti, siamo andati a comprare delle arance e qualche fragola a un baracchino per la strada; qualcuna era marcia. Abbiamo vagato, su, giù e in largo. Alla fine, però, siamo arrivati al castello di Nipozzano; ci fanno il vino, e ci sono delle case con le porte che volan via a soffiarci su. Tra i filari, le colline e queste case abbandonate con gli orticelli, il vento fischiava; abbiam pensato a cosa potesse voler dire essere il signore di quel castello, e veder stendersi, al mattino come alla sera, i campi, l'ulivi e i filari. Tra le sigarette e Leandro che parlava di chimica siamo poi scesi, mentre alla radio intervistavano il Pranda, che era contento per la vittoria della Viola. Anche se il peso che portiamo addosso ci accompagnerà fin dentro alla tomba, il paradiso non è perduto: si nasconde tra le arance e il sangue della lepre.
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lunedì, 31 marzo 2008
Che il controllore del treno canti "dammi tre parole, amore amore amore" (sic!) è forse il segno ultimo dell'approssimarsi dell'Apocalisse.
Lui sta lì, lo vedo, sbracato sul seggiolino a scaccolarsi un po'; mentre si strappa i peli del naso a mazzetti fa finta di ascoltare il suo collega, che parla e parla: prima di una certa cura per la calvizie che funziona sicuramente, poi del Moto Gp, dei mutui; di tante cose. Se non altro parla a voce bassa, e non mi controlla l'abbonamento scaduto.
Ma al di fuori di queste fortunate eccezioni, Che Fare, ci chiediamo insieme al compagno Lenin, per questa gente che parla e che ha voglia di parlare? Imprigionarli, sarebbe inutile: protesterebbero sicuramente. Venderli, sarebbe rischioso: formerebbero associazioni, sindacati; sai che palle. Ammazzarli: ammazzarli, ecco, anche anche; ma poi magari toccherebbe a noi, che si sta zitti, fare i controllori del treno e gli sciampisti. Mi basterebbe, allora, tra queste chiacchiere d'oggi, che si potesse almeno andare dal barbiere, d'estate, liberi di pensare in silenzio e con la testa sotto la cannella dell'acqua, o fare i pranzi delle festività coi parenti zitti, tra costoline d'agnello e lasagne lunghe un chilometro, tutti presi a mangiare, grattarsi e ruttare. A chi da noia il rumore di chi mangia, poi, torni in mente il silenzio di chi pensa, e pensi bene, in qualche maniera, a tenersi la bocca occupata.
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lunedì, 24 marzo 2008
C'era una volta un bambino, e un bambino che non vi starò a mentire: un bambino brutto, secco rifinito, che se solo avesse avuto sei o sett'anni di più l'avrebbero chiamato Seghezzi, da quant'era secco, ma aveva quattr'anni e basta, allora lo chiamavan col suo di nome, che però noi non vi riveliamo per via della legge sulla privacy. Coi minori oggigiorno non si scherza.
Questo bambino abitava a ***, un posto dove evidentemente a tutt'oggi si sono svolte molte vicende - lo so perchè l'ho già visto rammentato da un monte di parti -, e tutte sotto il silenzio della privacy, che impediva di rivelare il vero nome di ***, che quindi è stato tante volte confuso con la *** di Manzoni e poi con quella di ***, autore che - per un discorso di privacy - vuol nascondere la sua vera identità. E a ***, il nostro *** - dovremmo forse chiamarlo ***y per una questione di fruibilità del testo? Meglio forse chiamarlo ***ncesco, allora - come i numeri di telefono. In ogni caso, questo bambino era a letto, bello bello - anche se è solo un modo di dire - a dormire della grossa: sognava e sognava: e sognava d'esser dentro un vagone del treno che poi non si faceva a tempo a capire nulla che già s'era svegliato, e la mamma gli faceva:
"***ncesco, ***ncesco, svegliati!"
E poi ancora:
"***ncesco, sù, è pronta la colazione!"
E ***ncesco si svegliò, controvoglia, perchè son pigri questi bambini d'oggi; a quattr'anni già si svegliano controvoglia, io mi ricordo che ai miei tempi mi svegliavo per gli incubi mortali e poi dopo ero pure contento, di non esser più sulla sedia elettrica oppure in un tunnel incorporeo ed infinito inseguito da una strega colla mannaia: ma oggi, sognano il trenino, e come si fa! Certo che ci resti volentieri, seduto sulla poltrona del treno con la colazione portata dalle hostess in minigonna e lo chardonnay e i paesaggi che ti scorrono di fianco, verdi, verdissimi, e con magari anche le mucche, che son belle bestie finchè le vedi da lontano, siccome non puzzano e te le puoi anche figurare col dono della parola che spruzzano spontaneamente il latte nei cartoni e giù, tutta una corsa frenetica fino al frigorifero di casa tua: Esselunga ti porta la spesa a casa, fino a tavola. Così ***ncesco si alzò per prendere questo latte coi cereali al miele e cioccolato che sanno di polistirolo - fatto empirico, questo, che puoi scoprire unicamente dopo aver assaggiato il polistirolo; solo che se poi lo dici "ho assaggiato il polistirolo" e sapeva di cereali al miele e cioccolato, dimmelo te, chi ti può dar retta, perdi ogni autorità: questo è dunque un circolo vizioso - ma prima guardò la mamma contrariato e le disse:
"Oh, mamma!"
"Eh! Dimmi ***nceschino!"
"O mamma, ma che sei rincoglionita? Ma che la finisci di chiamarmi ***ncesco? Che ti chiamo io ***ma? No, non mi sembra: anche perchè la pronuncia dell'asterisco non mi sorte mica tanto bene: chiamami col mio nome, ***ncesco! E insomma!"
E la mamma si spaventò tanto che divenne tutta bianca [anche se era di Taranto]; quasi non sveniva, che però poi si riprese e c'è chi vocifera di un intervento di ***re *** da ***trelcina. E quando si riprese, fece:
"O ***ncesco, ma che sei diventato matto? Bambino mio, ma che dici! Stai bene?"
"O mamma, via, finiscila che ormai tu sei vecchia: preparami piuttosto questa colazione che alle nove e mezzo ci ho la riunione all'assemblea per il potere operaio e figurati te che figura ci faccio se arrrivo vestito a questa maniera appena levato di letto, via. E portami il giornale, che è troppo in alto e non ci arrivo!"
La mamma ***iana svenne, e ***ncesco rimase senza colazione e senza giornale.
Il senso di questa storia, in definitiva, è che non bisogna aver fretta di diventare maturi.
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lunedì, 17 marzo 2008
Quando uno, la sera, rimane a casa perchè c’è il rischio che si cachi addosso da un momento all’altro, secondo me un paio di domande se le pone. Ma no domande difficili, eh: domande facili, di quelle che hanno la risposta incorporata. Domande tecnologiche, che ti basta sapere il meccanismo e tracchete! La risposta la sanno anche i maiali. Il cavallo bianco di Napoleone, pesa più un chilo di fave o una fava da un chilo, uno stronzo d’immerda [si scriverà così?] fa rumore anche se ti cachi addosso in un bosco dove non ti vede nessuno e considera che lì gente che taglia alberi non ce n’è e gli alberi non cascano da soli: dipende poi se ti tappi le orecchie e comunque basta scorreggiare piano. Insomma, domande così, tanto per perdere tempo.
E di tempo, infatti, se ne perde tanto: a studiare i librini, a pensare a questo e quello, a aspettare d’addormentarsi quando ci vuole un’eternità. E le chiacchiere: eh, le chiacchiere. Gnamme! Gnamme! Rostigna l’aròsto, invece da fa a chiacchiera! Fuma! Che me deventi omo! Còri, porcoddio, còri! Che almeno lo vedi come sei stronzo a furia de fumà! Ma io, ma io, ma io. Un attimo di vita ti fanno vedè, e subito che ci si spaventa, tutti sti ma io, ma io: dopo, ancora no, dai: dopo. Ma perchè io: tutti sti ma perchè, porcoddio. Io fa rima con porcoddio, noi fa rima con cazzo vòi. Tutte ste pippe senza ridere du minuti: mannàtevenaffanculo. Non ci vorrebbe la guerra, che sennò vi pigliate pure sul serio: ci vorrebbe piuttosto d’essere tutti gnudi come baìni e pieni d’immerda addosso [ormai, per coerenza] invece di sti vestiti di nailon che ‘ntanto lo fanno dal petrolio, che dimmi te se porcoddio ti pare pulito: e invece ti pare, si! Ti pare pure che sei un fenomeno colla gelatina sui capelli che poi non è manco gelatina è cera, perchè la gelatina fa male c’è il nailon, che è fatto col petrolio e: oh! Ma porcoddio! La cera la cacano le api, che sono degli insetti d’immerda: ma ti par giusto che è tutto un cacare, un pisciare, un rigozzare! Ma invece d’insozzassi tutti co’ste bevande alcoliche puttana madonna, ma s’andavasse tutti a scopà in un campo voi e le vostre canzoni d’immerda che chi cazzo se n’è mai fregato della musica che con tutti quest’altoparlantistereo e i suoni spaziali e l’alta fedeltà non c’è mai verso trovare un attimo di pace manco a spararci sopra finchè non stianta, perchè poi, ci fanno il funerale! E la processione! E sonano tutte le cazzo di campane, e i parenti piangono e non si dimentica mai: perchè un diamante è per sempre l’amicizia diversi anni ma l’amore scappa e fugge e vola via e allora si, attaccati a sta materia inorganica del carbone d’immerda, perchè l’uccello, l’uccello t’è volato via di mano che è un pezzo.
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martedì, 11 marzo 2008
Più che passa il tempo e più che mi pare non ci sia spazio, nel culturale, per il maiale. Povero: il maiale non ci ha argomenti oltre la ciccia e alla rigatina. Il suo pubblico, inoltre, è un pubblico un po' particolare, composto perlopiù di gente grossa e per nulla raffinata: muratori, contadini, viziosi e disgraziati. La sopprassata, per esempio, nessuno dei grandi filosofi l'ha portata avanti come argomento principe d'una riflessione sull'uomo e sulla natura: lo stesso si può dire per il lardo e le bistecchine sulla brace. Ma io, in tanto tempo speso a leggere sul bene, sul male e al di là di entrambi, ancora non riesco - e non voglio: non posso proprio - dir di no a quest' animale sudicio e vigliacco; più della storia d'Italia e di ogni congettura è quest'animale che mi riguarda in prima persona. E come me riguarda quei poveracci che, sotto il vento freddo di marzo ordinano un panino e qualcosa da bere: le mani tatuate, le dita tozze e quella fronte in avanti parlano da sé, e non hanno bisogno di discorsi. Così, in silenzio, il maiale vive, ad onta di un sapere nostalgico dei banchi di scuola.
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lunedì, 10 marzo 2008
Siccome mi son svegliato all'undici di domenica e sono andato alla sagra del tortello e del cinghiale di Scarperia, che si teneva presso un circolo MCL, credo d'avere una voce autorevole in quanto a maiale; per le bestie arrosto e per quelle d'iddio.
Quando siamo arrivati, che sarà stato mezzogiorno e mezzo, s'era già gonfi, e nemmeno s'è mangiato troppo bene, per una sagra.
Dentro il tendone, servivan di queste bambine che anche se è domenica le levano all'otto per la messa. Tutte brutte, e una pareva pure ribelle; ci avranno avuto dieci, dodici anni. Ci han portato i tortelli, e dopo il cinghiale: poi, ci s'aveva ancora fame, si son prese anche le patatine, che erano meglio di tutto il resto.
La sagra era dentro un tendone bianco, coi tavoli bianchi, e accanto a noi c'era una famiglia con un bambino piccino e brutto: la mamma, che pesava due volte me, era incinta di nuovo, ma aveva il viso buono. Mentre il bambino ci guardava, invece di mangiare, il babbo tagliava le pappardelle col coltello. Alla mamma, invece, gli si rompeva la seggiola sotto il culo e cascava in terra.
Non s'è fatta poi nulla, e la pancia tutto bene: il cinghiale però lo facevano meglio a Montepiano.
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lunedì, 03 marzo 2008
Nel mezzo a tutto il trambusto metropolitano delle piccole città d'oggi - che sarebbe poi un modo per dire che si fa tanto rumore per nulla - le certezze vanno tutte a sparire. Qualcosa, però, rimane: e non è mica la certezza incrollabile in un futuro più umano, ad esser rimasta; e nemmeno i numerini o la legge di Grassmann. No: in questi tempi si può esser certi soltanto del fatto che il maiale sta in un rapporto di mutua esclusività con l'arte contemporanea, la qual cosa, di per sè, sarebbe sufficiente per firmare un abbonamento vitalizio alla cucina di soldano o - per chi avesse letto tra le righe - alle sale dell'American Show.
Queste lunghe ed estenuanti proiezioni di filmati noiosi, coi bambolotti di plastica senza testa, le pareti rosse e un senso, come dire: d'inquietudine - levano d'amore per la vita; così come i capi di vestiario poveri ma costosi, i tagli di capelli che paion quelli dei cartoni animati e certe tele che fan rimpiangere la carriera di Hitler come imbianchino. [A proposito, nota: ricordarsi di scrivere di Hitler come imbianchino. Hitler als Anstreicher.]
E in mezzo a tutto questo scempio, e ai trentenni che ci girano intorno, nemmeno un piatto di pane e prosciutto: per noi che partecipiamo ai matrimoni, alle mostre e alle rivoluzioni d'ottobre solo per via della promesse de bonheur nascosta in fondo al bicchiere dentro una pancia piena, l'aria s'è fatta gelida; il paesaggio, brullo.
Che di questi tempi non si riesca a star bene altrimenti che con le trippe gonfie, la testa calda e i coglioni vuoti, è nulla oltre che un fatto. Il perchè ce l'ha già detto Bonechi, ed è - come le storie del passato - piuttosto semplice: siamo dei gonfi.
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giovedì, 28 febbraio 2008
Non ricordo bene: i maiali hanno la memoria o troppo lunga, o troppo corta. A proposito, oggi rammentavo d'avere una soglia d'attenzione bassa, bassa davvero: mettevo l'accento, anche, sull'intenzionalità di questa condizione. Non ho voglia di ricordarmele, le facce, i cani tozzi e gli abiti alla moda che si vedono per strada: e i nomi, le parole di questo o di quest'altro. Che in tutto questo processo operi una selezione, non c'è dubbio: mi ricordo il panino di oggi, che era simile, per grandezza, a quelle bozze da due chili con dentro la frittata che si mangiano i muratori nelle pause pranzo. E mi ricordo anche degli uccellini - che non so come si chiamano, son piccini; saran pettirossi, o colibrì, forse passerotti. Importa poco - che aspettavano me ne andassi per prendere le briciole bagnate dell'acqua di mozzarella che grondava dal cartoccio; eran belli, ma prima ancora che fossi stanco di vederli son arrivati dei piccioni, grassi e con l'occhi sparati fuori dalle orbite, e l'hanno fatti volar via. Non c'è stato nulla da fare.
Anche se ci son delle impalcature e il tempo è quello che è, mangiare su quelle panchine mi piace; finchè rimango da solo, il silenzio, il verde e quella scritta prima d'entrare, "Orti del Parnaso" sono un rifugio per l'immaginazione. E m'immagino, allora, d'esser da solo, su una panchina, a mangiare un panino grande come quello dei muratori, e i passerotti e l'aria fresca e il silenzio.
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venerdì, 01 febbraio 2008
Scrivere sul maiale oggi sembra aver perso di senso: in un'epoca votata a tutto ciò che è compatto e tascabile, anche un quaderno sarebbe anacronistico, figuriamoci un porco. Questo genere d'esclusione, in virtù di una dominante esigenza di praticità, si è esteso anche agli uomini, la cui grandezza è stata decretata essere un peso da gettare a mare. La stazza, in tutte le sue forme, si è mutata in vergogna; l'incapacità di ricoprire ruoli angusti, l'irriducibilità essenziale e la distanza dalle astuzie della ragione più fina rappresentano una condanna biologica. La ricerca del minimo comune multiplo buono per le aspettative di un'umanità fittizia ha trascinato con sè le gambe secche dei giovani d'oggi, coi loro visi smunti e le brache strette. Tutto è stato ridotto, e con la miniaturizzazione tecnologica è stato facile convincere i più a rifugiarsi entro spazi e tempi sempre più ristretti. Esser compatti, ridotti ai minimi termini: questa è l'etica in un mondo sovraffollato dove tutto è spreco. Adesso, tutti eccitati per esser riusciti a riportare tutto all' uno e allo zero, ci ritroviamo soli, e con la minchia tra le mani.
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mercoledì, 30 gennaio 2008
Fortunatamente almeno ai maiali è risparmiata la prassi della biblioteca pubblica; questa, in modo tutt'altro che sorprendente - specie da quando tutte le pratiche hanno preso a somigliarsi più e più ogni giorno che passa - ricorda per tanti versi quella dei locali notturni e dei posti di lavoro. L'affollamento insistito e programmato, l'obbligo di mantenere pur sempre un certo distacco e la disciplina del silenzio, hanno ridotto la comunicazione ad una caricatura fatta d'espressioni, giubbotti e modi di portare i capelli. Così le pagine dei libri scorrono in serie, come giri di vite o di bevute, senza lasciar traccia del loro passaggio se non nelle fisionomie d'una selva di giovani stanchi, ingobbiti e sciupati dal bere; le lamentazioni, la maleducazione e - insomma - il desiderio di vivere, vengon lasciati ai tanti matti che parlano da soli, a voce alta, tra le risa e lo sdegno di tutto un pubblico distante. Così, mentre un uomo in ciabatte, scoreggiando, tocca una spalla ad una ragazzina e le fa un complimento dettato dalla rabbia, noi restiamo lì, a guardare impietriti. Ci spaventa il grido del maiale sgozzato; anche i più sicuri vacillano e temono per un attimo, contro la fisica dei corpi, che questo si liberi dai suoi legacci e parta per un'ultima corsa incontro alla morte.
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martedì, 29 gennaio 2008
Il maiale, nonostante tutte le virtù che gli sono proprie - specie una volta passato per mani esperte - non riesce comunque ad esaurire l'intero spettro dei bisogni d'un uomo che voglia dirsi tale. A dire il vero, questi bisogni con il maiale non hanno nulla a che vedere. Troppo spesso però, finiamo col confonderci: allora il timore di fare un passo o troppo in qua o troppo in là ci riconduce alla tranquillità del lardo e delle salsicce. Ma c'è una differenza tra queste bestie e Katherine Hepburn, che va oltre la stazza e le la forma del naso: è lì, in quello scarto tra Katherine Hepburn e Katherine Hepburn stessa, che ristagna il fondo dimenticato d'una umanità che dietro quelle spalle - tanto larghe quanto esili - sembra, sguaiata, dare l'ultimo saluto ad un mondo ormai scomparso.
Per questo, tra una rosticciana e quell'altra, quei modi bruschi e quella voce io m'auguro di non dimenticarli; che valgano da faro o da punto di fuga, rappresentano l'ultima via d'uscita da tutti i negozi e tutti gli allevamenti di questi giorni.
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martedì, 08 gennaio 2008
Diceva Donoso Cortes: "Se soltanto Dio non si fosse fatto uomo, il maiale che cuocio con una mela in bocca sarebbe certo più di questo degno della mia pietà". Pensando ad una tavola imbandita a furia di rosticciane, spalle, salsiccie e scamerite non credo che in molti avrebbero grossi dubbi nel concordare col nostro teorico della Ragion di Stato: per chi dipoi seguitasse nell'indecisione, c'è il lardo spalmabile. Detto questo, il maiale, da bestia miasmatica e scapestrata che non è altro, perlomeno fino a che scorrazza nel suo box recintato, trova la sua ragion d'essere dentro una casseruola oppure steso a tranci sui ferri ardenti d'una griglia a carbonella; oltre alla mala educazione, all'odore fetido e alla miseria d'orizzonti proprio questo condivide con l'uomo, l'esser finalmente buono soltanto da morto. L'uomo morto, però, non lo si mangia; di lui è buona solo la memoria, una memoria che - era ora, vien da dire - non gli appartiene più. Così, insieme a Cortes, mentre lasciamo che il maiale dopo la morte lasci una testimonianza di sè nelle nostre bocche, e giù per le budella fino in fondo alle nostre trippe sode, condanniamo i morti - e i silenziosi - ad essere nient'altro che un pezzo di terra e tre righe in croce, magari nemmeno loro, su d'un profilo od una tomba.
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lunedì, 07 gennaio 2008
Il maiale, di tutti gli animali, è uno di quelli che si adatta meglio alle condizioni di vita nelle quali viene gettato. Lo si vede stare dentro casermoni giganteschi, tutti grigi e con le luci al neon, e lui non fa una piega. Gli danno da mangiare, e anche se è cattivo, lui lo mangia: meglio di nulla, dice. Quando gli vien voglia di uscire, allora grugnisce un po': aspetta, grugnisce di nuovo, s'agita, ma non succede nulla. Allora si guarda intorno, vede che è tutto fermo, e aspetta la cena. Prima d'esser diventato grande l'hanno già ingrassato di farmaci che manco ci avesse l'aidiesse: con quegli occhi lucidi e stretti, ai maiali, gli va bene tutto, tanto che se gli dici di mangiare del maiale arrosto, loro lo mangiano, non c'è mica problema; te gli dici che devon figliare e giù, li metti in fila, figliano. Non si lamentano mai, ci han poche esigenze.
Se poi gli lasci un po' la briglia sciolta, loro subito s'adattano, e quello che gli lasci fare, loro lo fanno; dopo un mese passato nei boschi, si son già rinselvatichiti. E' per questo che gli allevatori, specie al giorno d'oggi, con le risorse che si fanno scarse, devono stare molto attenti: se scappassero tutti, i maiali, bisognerebbe ricominciare a andare a prenderseli col fucile sul Monte Amiata, cosa che nessuno ha più voglia di fare, visto che basta andare al supermercato, e poi a casa, per mangiarne un po'.
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lunedì, 07 gennaio 2008
Tanto tempo fa, Galeno voleva scoprire cosa ci fosse dentro l'uomo, ma tutta una serie di timori vecchi quanto la storia gli impediva di aprirlo e buttarci un occhio. Per questo, considerando le bestie alla stregua di melograni maturi, prese a aprire maiali: dentro ci trovò tante di quelle cose da perdere il filo, e credette che come andava per l'animale, così dovesse andare anche per l'uomo. Vennero fuori i cinque lobi del fegato, la rete mirabilis e chi più ne ha più ne metta: tutto un ambaradam!
Oggi le concezioni di Galeno, però, sono state superate, e noi che abbiamo aperto gli uomini sappiamo bene che cosa questi ci abbiano dentro, e come funzionino: spiegare, ci sappiamo spiegare tutto, e l'uomo è finalmente posto sotto assedio.
Ciononostante credo che a tutt'oggi l'intuizione di Galeno non fosse poi così sbagliata: per conoscere gli esseri umani, forse, dobbiamo davvero tornare ad aprire dei maiali. Nel mezzo a tutti quei fegati, poi, con dei prosciutti grossi quanto termosifoni e i ciccioli da fare, il tempo per andare a tormentare gli uomini chi lo troverebbe?
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